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DALLA OPEC ALLA "OPEC PLUS"

(26 Settembre 2020)

Dal n. 93 di "Alternativa di Classe"

sede opec vienna

La sede dell'Opec a Vienna

Il petrolio ad oggi è ancora la fonte di energia più importante. La corsa al prezioso "oro nero" è iniziata alla fine del secolo XIX, all'inizio della prima rivoluzione industriale e nel breve periodo diventa un bene essenziale e va a sostituire il carbone. Ma il suo boom è dopo la Seconda Guerra Mondiale, e ha permesso così ai Paesi esportatatori (Medio Oriente e America Latina) di scendere prepotentemente nell'arena del panorama politico internazionale. La storia del petrolio è stata dominata da una lotta per l'equilibrio, una lotta tra interessi in competizione, sia economici che politici, tra le forze del mercato della domanda e dell'offerta.
Negli anni'50 le piccole nazioni del Medio Oriente e dell'America Latina scoprivano grossi giacimenti, e le compagnie petrolifere occidentali, che avevano in mano il mercato, cercavano di sfruttarle. Così le famose "sette sorelle" (Standard Oil, Texaco, Exxon, Mobil, Gulf, Bp, Shell), come le ha definite Enrico Mattei, firmavano accordi di concessione con i governi locali che permettevano loro di pompare, trasportare e commercializzare il prodotto in cambio di una royalty, di massima il 50%, ed inotre tale concessione ha permesso loro di stabilire i quantitativi di produzione ed i prezzi, lasciando praticamente nessun potere di intervento ai Paesi produttori, se non quello di "incassare l'assegno".
La "sveglia" ai paesi produttori suonava nel febbraio 1959, quando le sette sorelle decidevano di abbassare il prezzo del petrolio a barile da $ 2,08 a $ 1,80 entro Agosto 1960. Questo significava per i produttori una grossa perdita delle entrate. E' il Venezuela il Paese pioniere a cercare di contrastare la politica adottata dai Paesi nordamericani ed inglesi, dominatori assoluti del mercato del petrolio, riunendosi in Iraq con i Paesi Medio Orientali.
Il 14 Settembre 1960, esattamente 60 anni fa, nasceva l'atto costitutivo dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), con la partecipazione di 5 Paesi membri (Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait e Venezuela). In seguito si aggiunsero Algeria (1969), Angola (2007), Emirati Arabi Uniti (1967), Libia(1962), Nigeria (1971), e Qatar, che entrava nel 1961 ed usciva nel 2017 (l'uscita è dettata da ragioni geopolitiche). L'Arabia Saudita nel 2017 impose l'embargo a Doha, sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrain. La decisione è dovuta all'appoggio che il Qatar avrebbe offerto al terrorismo islamico (identificato con i Fratelli musulmani), l'Ecuador entrava nel 1973, usciva nel 1992 e rientrava infine nel 2007, il Gabon entrava nel 1975 ed usciva nel 1992, e l'Indonesia entrava nel 1962 ed usciva nel 2007.
Lo scopo dell'Organizzazione era quello di coordinare le politiche produttive dei Paesi membri, per gestire la fornitura della materia prima, ritenendo, in questo modo, possibile tenere sotto controllo il prezzo del barile, evitando che abbia oscillazioni troppo basse o troppo alte. L'atto costitutivo dell' OPEC entrava in vigore il Primo Ottobre 1960, e la sede delle riunioni era Ginevra.
Successivamente, durante la seconda Conferenza, tenutasi a Caracas nell'Ottobre 1961, fu adottato lo Statuto dell'Organizzazione, che prevede, come organi al vertice, la Conferenza ed il Consiglio dei governatori da cui dipende il Segretario Generale. Nel 1962 questo organismo venne registrato presso il segretariato delle Nazioni Unite; nel 1965 la sede delle riunioni venne trasferita a Vienna.
Nei primi anni '60, l'OPEC aveva un peso internazionale piuttosto basso, ma, aprendosi all'adesione di altri Paesi produttori ed esportatori, e nononstante divergenze, anche politiche, tra i Paesi aderenti alla fine degli anni '70, il suo peso era sensibilmente aumentato. L'importanza della funzione internazionale dell'OPEC si rilevava con effetti traumatici nella prima grande crisi fra questa organizzazione e i Paesi consumatori nell'Ottobre del 1973, durante la guerra arabo-israeliana del Kippur.
Allora il prezzo del greggio salì da $ 3,01 a $ 11,65 e scattò l'embargo verso alcuni Stati consumatori, definiti filoisraelani, come gli Stati Uniti e l'Occidente in genere. La crisi petrolifera colpì anche l'Italia, e come conseguenza si ebbe una politica di austerity con provvedimenti drastici, varati dal Governo Rumor, come il divieto di usare l'auto di domenica, la fine anticipata dei programmi televisivi, la riduzione della illuminazione della luce pubblica, ecc.
Poi molti dei Paesi arabi dell'Organizzazione il 18 Marzo 1974 misero fine all'embargo. Se da un lato, per gli importatori, tutto questo favoriva le ricerche per l'individuazione di fonti energetiche alternative, dall'altro lato, per i produttori, l'aumento del prezzo del greggio contribuiva alla crescita delle rendite petrolifere, consentendo, soprattutto all'Arabia Saudita, di intensificare il processo di industrializzazione, e di intervenire con aiuti nel mondo arabo per contrastare l'avanzata dei movimenti panarabisti e socialisti, e promuovere il disegno egemonico wahabita sull'islam sunnita.
Gli USA, con il Presidente Nixon, capirono il rischio che correvano di essere tagliati fuori dal mercato dei Paesi OPEC, e così promisero, nel 1973, all'Arabia Saudita, il paese egemone sia sul piano economico che su quello politico dell'Organizzazione, armi e protezione anche da Israele, in cambio di vendere il proprio petrolio in dollari. L'Arabia Saudita accettò subito, come faranno successivamente gli altri Paesi OPEC. Da quel momento, chi compra petrolio lo paga in dollari, creando così una enorme domanda artificiale in dollari e, di conseguenza, la Federal Reserve stampa valanghe di dollari, invadendo il mercato; l'economia americana cominciava in tal modo a dipendere dai "petrodollari".
Il petrodollaro permise così alla valuta statunitense di diventare più forte, ed ottenere importazioni a basso costo, incoraggiamento agli investimenti in dollari americani e agli investimenti sul suolo americano. Ricordiamoci che Saddam Hussein disdisse il sistema dei petrodollari e cominciò a vendere in Euro, mentre Gheddafi aveva cominciato a vendere in oro il petrolio libico; sappiamo che fine hanno fatto, ma soprattutto le guerre che hanno causato milioni di morti nei loro Paesi.
Nessuna economia, infatti, deve essere più potente di quella americana, altrimenti si creerebbero delle valute alternative in concorrenza al dollaro, che rischierebbero di mettere in crisi la sua economia. Attualmente è la Cina l'importatore più importante di petrolio al mondo, e vorrebbe introdurre la negoziazione del petrolio con la propria moneta, lo yuan, aprendo, in tal modo, un altro fronte di scontro con gli USA.
Il prezzo del petrolio rimase praticamente stabile sino al 1978, anno della caduta della monarchia iraniana, per toccare 43 dollari al barile nel 1980. Lo scoppio della guerra Iran - Iraq (1980) fece rallentare l'estrazione del greggio, e negli anni a seguire si ebbe un calo del prezzo, dovuto sia alla ridotta crescita economica mondiale, sia allo sviluppo di fonti alternative, e sia soprattutto per l'irruzione nel mercato del petrolio di tutti i grandi produttori non appartenenti all'OPEC (Stati Uniti, Canada, Messico, Norvegia, Oman e URSS).
L'Arabia Saudita ha cercato di imporre un sistema di quote, con una produzione complessiva limitata a 20 milioni di barili al giorno, ma molti Paesi aderenti all'Organizzazione non hanno rispettato i patti, e hanno sovraprodotto per aumentare le entrate. Agli scontri interni all'OPEC si aggiunsero la prosecuzione del blocco delle esportazioni di petrolio dall'Irak e la scomparsa della URSS, con le conseguenti oscllazioni della produzione di petrolio nei territori che le appartenevano. Così, per superare il momento non proprio favorevole, ha rivisto gli accordi sulla produzione, con lo scopo di garantire un mercato stabile a prezzi più contenuti, dato il notevole aumento di questi, dovuto alla forte domanda da parte dei paesi emergenti, Cina in primis.
I prezzi elevati dei primi anni 2000 hanno rappesentato, per i Paesi dell'OPEC, un boom delle entrate petrolifere, e in particolare per Venezuela e Nigeria il petrolio rappresentava il 90% delle esportazioni. Ma la crisi economica del 2008 e il decollo definitivo, a partire da 2009, dell'uso della tecnologia del fracking (tecnica della fratturazione idraulica per estrarre gas naturale e petrolio dalle rocce di scisto), hanno fatto sì che gli USA consolidassero la propria posizione in cima alla lista dei produttori ed abbiano diminuito la propria dipendenza dalle importazioni di petrolio dai Paesi del Golfo.
Dal 2016 ripartivano i tagli della produzione e della guerra dei prezzi; l'OPEC decise di ridurre il prodotto di 1,2 milioni di barili al giorno, per risollevare le quotazioni che erano sotto i 30 $ al barile. Per la prima volta si associavano ai tagli anche Paesi non aderenti all'OPEC, in primis la Russia. Questo fatto ha determinato nel Dicembre 2016 la nascita della "OPEC Plus".
L'obiettivo dell'Arabia Saudita era quello di fare crollare i prezzi per difendere le quote di mercato dall'assalto di USA e Canada, che, avendo costi di produzione più alti rispetto ai Paesi del Golfo, avrebbero ceduto. Ma i produttori di "shale oil (petrolio di scisto)", nonostante la caduta vertiginosa da 70 a 27 dollari al barile, riuscivano a resistere, e invece sono Paesi come Venezuela e Nigeria, che hanno costi di produzioni elevati (80-90 $ al barile) a pagare lo scotto, che si rifletterà poi sulla economia e sullo stato sociale di questi Stati. Comunque il prezzo, seppure con grandi incertezze, a seguito della guerra commerciale, tornava a salire, toccando circa 60 $ a barile.
La "OPEC Plus" comprende i Paesi OPEC, divenuti nel frattempo 14, ed alcuni produttori "non OPEC" (Azerbaijan, Bahrein, Brunei, Kazakhstan, Malaysia, Messico, Oman, Russia, Sudan, Sud Sudan). Si è costituito un Comitato Ministeriale Misto di Monitoraggio (JMMC), che rappresenta il 71% della produzione mondiale, nel nuovo rapporto fra Arabia Saudita e Russia (tradizionale nemico, per il sostegno all'Iran), annunciato come convalidato per altri dieci anni nel Marzo 2018. Si tratta di un accordo tuttora operante, pur se difficile soprattutto per le rivalità interne ai due blocchi costitutivi e per le alleanze politiche internazionali, e che non piace di certo agli USA, oggi primo produttore mondiale.
Oltre tutto, molto spesso le compagnie che sfruttano i pozzi non appartengono agli Stati in cui questi si trovano, com'era già per OPEC... La differenza più rilevante con la OPEC di sessanta anni fa è che allora l'Organizzazione era nata sull'onda ascendente dell'oro nero, mentre "OPEC Plus" è nata per provare a governare i tagli della produzione di greggio, a fronte del boom di produzione da parte degli USA dello "shale oil" da scisto.
Nel frattempo è arrivata la pandemia di Covid-19, con una drastica riduzione dell'economie dei Paesi compratori, e col prezzo che è arrivato a circa 20 dollari al barile. Ma la pandemia ha colpito anche i Paesi produttori, e le conseguenze sono diverse. Ci sono Paesi che hanno notevoli fondi finanziari per potere resistere, ma altri Paesi produttori no. L'Arabia Saudita e il Kuwait, pur bloccando a breve termine i loro progetti di espansione economica e di diversificazione produttiva, possono durare relativamente a lungo, ma Irak, Iran e Venezuela avranno certamente da sostenere periodi di estrema crisi sociale, e perfino di legittimità politica, come sta già avvenendo in Iran.
Oltre alla Libia, dove è già in atto una guerra imperialista "per procura" (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VIII n. 92 a pag. 3), in cui il petrolio non rappresenta certo un semplice corollario, anche in Nigeria, sempre in Africa, potrebbe verificarsi un'esplosione di contestazione da parte di proletariato e ceto medio per la riduzione drastica delle loro condizioni di vita. Noi sappiamo che nei momenti di crisi, che ci riserva questo barbaro sistema economico, i pesci grossi mangiano quelli piccoli, e questo significa che i Paesi produttori, con una situazione finanziaria più florida, possono comprare asset petroliferi da altri Paesi più deboli, siano essi dell'OPEC o meno. Quest'ultimi, infatti, potranno essere rapidamente colonizzati economicamente, perdendo in maniera rilevante la loro autonomia economica.
L'Italia, da "bravo" Paese imperialista, ha cercato e cerca di difendere, e allargare possibilmente, il suo spazio di influenza. L'ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), fondata nel 1953 da E. Mattei, non solo imprenditore ma convinto nazionalista, cerca di bypassare le "sette sorelle", stringendo accordi direttamente con i Paesi produttori. L'ENI è diventata una forza sul piano internazionale, ed a oggi opera in 67 Paesi, scoprendo nuovi giacimenti da mettere in produzione. E' proprio nella difesa delle aziende italiane, e in particolare dell'ENI (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VIII n. 92 a pag. 4), che l'Italia partecipa, fino dal 2011 e non solo, alla guerra in Libia per contrastare l'imperialismo francese per il controllo della Libia e delle sue materie prime.
Agli europei interessa, al di la delle vergognose dichiarazioni ufficiali sulla pace e sul bene del Paese mediterraneo, solamente garantire un accesso priveligiato alle risorse della Libia, a cominciare dal petrolio e daI gas. Si tratta di due Stati imperialistici che difendono gli interessi della propria borghesia monopolistica finanziaria e industriale, e cercano di imporsi nello scacchiere geopolitico regionale, controllando il Mediterraneo.
In questo scenario di pescecani la classe che ci perde è quella dei lavoratori, che, oltre ad essere infettati dal nazionalismo, vengono sfruttati vergognosamente dalle multinazionali, che invece si arricchiscono sempre di più. Per rompere questo circolo infernale l'unità dei lavoratori, immigrati e locali, prima di tutto di questi Paesi, può essere la carta vincente, per cominciare così a discutere di un alternativo metodo di produzione e di valutazione di nuove fonti energetiche, che vada a favorire veramente il proletariato.

Alternativa di Classe

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