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(6 Ottobre 2010) Enzo Apicella
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L'acqua è una merce: chi ci muore e chi ci specula...

(21 Ottobre 2020)

Editoriale del n. 94 di "Alternativa di Classe"

Wri

Per capire quanto è vitale l'importanza dell'acqua, basta considerare che il corpo umano ne è composto per una percentuale tra il 70 e l'80%. E' poi indispensabile per bere e per lavarsi. Mentre, senza mangiare niente, si può vivere (certamente male) anche per due o tre settimane, senza bere è difficile vivere per più di tre giorni.
Più del 70% della crosta terrestre è coperto d'acqua, è quindi più del doppio delle terre emerse: 360 milioni di mq. Se pensiamo alle profondità marine, risulta evidente quanta acqua, seppure salata in massima parte, ci sia al mondo. La cosiddetta “acqua dolce”, già utilizzabile dagli umani senza desalinizzazione, ne rappresenta l'1%. Basta questo, comunque, a far capire che non si tratta di una risorsa che complessivamente scarseggia; può risultare poca in alcune aree, ma il problema di farla arrivare ovunque di per sé sarebbe solo di tipo tecnologico.
Secondo stime della FAO (ONU), l’acqua è consumata per circa il 70% dall’agricoltura, per il 20% dall’industria e solo il 10% sarebbe il consumo domestico; già questo dimostrerebbe come un uso di acqua dalla qualità appropriata in tutto il mondo la renderebbe un bene certamente non scarso a tempi medi.
Sempre secondo stime ONU (di qualche anno fa), infatti, basterebbe una spesa di 50-100 miliardi di dollari all’anno per garantirne a tutti, mentre, continuando la attuale gestione delle risorse, verso il 2055 più del 75% degli umani non ne avrebbe a sufficienza!
A seguito di specifica Risoluzione ONU del 2010, l'Obiettivo n. 6 della “Agenda per lo Sviluppo Sostenibile” propone che per chiunque entro il 2030 si debba “...assicurare l'accesso universale all'acqua da bere e ai servizi igienici attraverso un prezzo accessibile e una gestione efficiente e sostenibile...”.
Nel 2017 erano 2,1 miliardi le persone che nel mondo non avevano accesso continuato e sicuro all'acqua potabile e 4,4 miliardi quelle che non lo avevano a servizi igienici. Ogni minuto muore un bambino a causa dell’acqua contaminata, più di quanti ne muoiono per le guerre, e circa cinquemila bambini al giorno muoiono di malattie trasmesse dall'acqua. Il consumo di acqua nel mondo è raddoppiato ogni 20 anni, ma soprattutto lo sfruttamento delle falde acquifere aumenta oggi più velocemente della loro ricarica.
Come accennato, l'acqua è presente in modo diverso nelle diverse aree, per conformazione geografica e/o climatica naturali. Ma è la situazione politico-sociale che determina oggi le condizioni. Ad esempio, chi vive vicino ai fiumi (il 40% della popolazione mondiale) dovrebbe, secondo logica, avere più facilità di accesso all'acqua, ma, a causa dell'inquinamento, i processi di depurazione e potabilizzazione ne limitano l'uso, rendendovi discriminante la qualità dell'acqua stessa.
Rispetto all'uso della risorsa, infatti, oltre che l'inquinamento, la crescita demografica, i livelli di perdite sulle linee e gli sprechi, nonché il regime delle piogge, modificato dai cambiamenti climatici in atto, sono divenuti oggi veri fattori limitanti. Senza contare lo scioglimento dei ghiacciai dovuto al cambiamento climatico: una grande riserva di acqua “dolce” che va a diluire quella salata. Si tratta di fenomeni legati, direttamente o meno, al sistema capitalistico (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VIII n. 93 a pag. 3), che guida e determina “lo sviluppo”. Così, oltre alla fame, anche la sete dipenderà sempre più dai mercati! Perciò, nonostante tutto, si parla di “scarsità d'acqua”.
Si può schematizzare, come sopra accennato, il consumo umano medio dell'acqua “dolce” come sostanzialmente diviso fra tre settori: per il 70% alla agricoltura, con il cruciale intreccio tra consumi di acqua per la produzione di cibi ed aumento demografico, per il 20% alla industria, per i raffreddamenti e l'uso energetico, ed il 10% agli usi domestici. La ripartizione molto diseguale dell'acqua dipende perciò da dighe e canalizzazioni, dalla distribuzione nelle città e dagli eccessivi consumi delle fasce più ricche di popolazione. Se è vero che si calcola come indispensabile una quantità di 40-50 lt/g a persona, è anche vero che nel mondo vi sono aree dove il consumo medio arriva a 500 lt/g ed aree dove non si raggiunge il minimo (Paesi dell'Africa sub-sahariana e del Corno d'Africa).
A livello di dotazione naturale, degli undici Paesi del mondo con disponibilità maggiore o uguale a 50mila mc di acqua “dolce” all'anno per abitante ve ne sono in tutti i continenti, ma, ad esempio, in Africa i tre Paesi che avrebbero risorse in abbondanza (soprattutto il Congo, con il 2,3% del quantitativo mondiale), non hanno i mezzi per sfruttarle. Diviene così determinante, per valutare la situazione di un Paese, la “dotazione pro-capite”: peggio di tutti il Kuwait, la Striscia di Gaza e gli Emirati Arabi Uniti, tutti in Medio Oriente; con le ulteriori differenze tra chi ha o meno i mezzi per utilizzare l'acqua a fini energetici e/o di sostentamento.
Per “stress idrico” si intende quel “fenomeno che si verifica quando le piante non sono in grado di assorbire abbastanza acqua per sostituire quella persa per traspirazione”. Per analogia, il concetto è stato applicato agli Stati, esprimendo su base annua il consumo rispetto alla disponibilità di acqua sul proprio territorio. Fino al “Giorno Zero”, cioè a quello in cui tutte le risorse saranno state utilizzate, ed il Paese rimarrà completamente a secco, senza acqua.
L'Istituto delle Risorse Mondiali (WRI), un'organizzazione no-profit nata negli anni '80, ha pubblicato l'anno scorso, sulla base di dati ONU, uno studio, che ha riguardato la condizione di 189 Stati rispetto allo “stress idrico”. Da esso è risultato che 17 Stati, soprattutto del Medio Oriente, con in testa il Qatar, e del Nordafrica, oltre a India e Pakistan, e con San Marino al 11° posto, hanno un elevatissimo stress idrico, maggiore o uguale al 80%: una situazione di forte rischio, per cui incrementi demografici ed eventi climatici negativi, sempre più probabili, potrebbero lì fare raggiungere a breve il “Giorno Zero”.
Data la situazione dell'India, che conta 1,3 miliardi di persone, è addirittura un quarto della popolazione mondiale a vivere in aree ad alto rischio in termini di sete! Proprio il Medio Oriente ed il Nordafrica poi, secondo la Banca Mondiale, sono le zone che rischiano di più l'impatto del cambiamento climatico. Inoltre i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico, come visto, ad alto stress idrico, trattano le acque reflue prodotte, ma le riusano solo in parte, come invece consiglia il WRI soprattutto per gli Stati più a rischio.
Altri 27 Stati, tra cui quelli dell'Europa mediterranea, Italia compresa, hanno uno stress idrico comunque alto, cioè fra il 40 e l'80%, mentre in USA vi sono singoli Stati, come Texas e California, con un elevato stress idrico, come anche alcune regioni di Stati che non sono tra i più a rischio. La principale raccomandazione del WRI è sempre quella di incrementare l'efficientamento delle reti idriche agricole, per migliorarne la produttività.
A ciò si aggiunga il fatto che nel mondo una cinquantina di conflitti dovuti all’acqua, perlopiù dimenticati, “fioriscono” soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, nelle aree più desertiche, e dove è alto il tasso di sviluppo demografico. La questione palestinese e la questione kurda sono sempre più collegate a strategie di controllo delle risorse idriche presenti in quei territori, mentre alla geopolitica delle risorse energetiche si affianca quella delle risorse idriche.
Nei Paesi a capitalismo dipendente, in genere le colture imposte dalle multinazionali della trasformazione agroindustriale causano un dissennato consumo di acqua (che, oltre tutto, va persa in gran parte), mentre la Banca Mondiale, con l'apprezzamento perfino di qualche ambientalista, punta ad imporre una tariffazione “a costo pieno”, spacciata come strumento di… tutela ambientale!
In alcuni dei Paesi a rischio vi è poi un consumo abnorme di acque minerali, o, per meglio dire, come oggi è divenuto, un consumo di acque imbottigliate, sempre più utilizzate al posto di quelle naturali, “al rubinetto”. Nonostante le campagne ambientaliste contro l'uso inquinante delle bottiglie di plastica, Paesi situati in diverse aree, come gli Emirati Arabi Uniti, il Messico, l'Italia, San Marino e la Thailandia, ne utilizzano sempre di più. Se le acque minerali propriamente dette hanno caratteristiche per usi particolari, le “acque in bottiglia”, senza particolari pregi o qualità, e con prezzi irrisori di concessione delle fonti, si stanno diffondendo con ardite commercializzazioni, ed oggi sono il 45% del totale venduto.
La sostanza della questione dell'acqua, in realtà, non riguarda tanto le differenze fra Stati, quanto quelle all'interno di essi. Fino dal 2013 il Rapporto ONU sul Diritto umano all'Acqua aveva acclarato che, a causa della crisi economica internazionale, anche laddove il costo della bolletta dell'acqua viene ritenuto “equo”, il numero di quelli che non riescono a pagarla è in costante aumento, tanto che nelle stesse città si prevedono per il 2030, al netto del COVID, almeno 20 milioni di persone che, pur avendo i rubinetti, non avranno più accesso all'acqua potabile. In alcune zone di metropoli, come Los Angeles e Pechino, già scarseggia.
Nel 2017 il Rapporto UNICEF prevedeva che nel 2040 almeno 600 milioni di bambini vivranno in zone con scarsità di acqua e conseguenti rischi di malnutrizione, malattie e morte. E mentre i “rifugiati climatici” sono destinati a diventare 250 milioni di persone nel 2050, già nella stessa Europa saranno almeno 120 milioni le persone in povertà assoluta, e quindi senza accesso all'acqua.
Ad oggi nessuno Stato al mondo garantisce l'accesso all'acqua per tutti i suoi cittadini, e le Risoluzioni dell'ONU sono da considerarsi, anche per lo stesso “diritto internazionale”, solo “raccomandazioni”, visto che non vincolano alcuno Stato ad osservarle. A gestire la questione acqua sono sempre più le multinazionali, il cui unico vincolo risiede nel garantire prezzi “abbordabili” per tale merce.
Le principali multinazionali dell'acqua erano nate dalle aziende cui veniva concesso lo sfruttamento dell'acqua pubblica a prezzi irrisori (fenomeno ancora in atto). Da lì si sono evolute in società specializzate nel “trattamento delle acque”, fino a diventare nel tempo gli attuali colossi, che si occupano di acque, energia e rifiuti. E' la storia, ad esempio, della holding francese Veolia-Vivendi, in concorrenza coi gruppi Gdf-Suez e RWE. Le altre multinazionali del settore sono oggi Nestlè, Danone e Coca Cola Co., molto forti per l'acqua in bottiglia.
A livello internazionale, non è di oggi la privatizzazione dell’intero settore. Già nel Vertice Wto di Doha del Novembre ’01 venne decisa, insieme a quella di istruzione e sanità, la commercializzazione del ciclo dell’acqua. Passo importante nella direzione di eliminare le barriere commerciali è stata poi la decisione della Banca Mondiale del 26-2-’03 di favorire, anche agendo nel Terzo Mondo con l’accesso ai “sussidi”, le grandi infrastrutture e lo sfruttamento intensivo delle falde, che richiedono una grossa presenza di capitali privati.
Nonostante il fatto che l'acqua sia anche il più diffuso “solvente” per tutte le pulizie, il 99% delle risorse economiche del settore idrico è impegnato nelle “tecnologie grigie”, cioè quelle ad alto impatto ambientale, in quanto realizzate col cemento, e che producono grandi profitti per le “corporation” e la finanza. Dall'accaparramento degli appalti per la gestione dei servizi idrici, le multinazionali vanno a realizzare e/o gestire le grandi dighe, in grado di condizionare ogni rapporto geopolitico, visto che i bacini idrografici coinvolgono più Stati. In Africa, ma non solo, gli esempi in questo senso sono numerosi.
Anche qui in Italia, il primo Governo Conte, con l'art. 24 del Decreto Crescita (D.L. n. 34 del 30 Aprile 2019), ha completato uno dei principali processi di privatizzazione dell'acqua: quello avviato a suo tempo dal Governo Monti nel 2011, e proseguito poi dal Governo Gentiloni. Si tratta della più grossa privatizzazione d'Europa, attuata con la liquidazione dell'Ente che forniva irrigazione e acqua potabile a tutto il Centro-Sud, e la sua sostituzione con una S.p.A. Cambiano i colori dei governi, ma gli obiettivi di fondo restano gli stessi!...
L'intreccio fra interessi economici ed interessi politici, che si alimentano a vicenda, fa sì che l'investimento nel settore idrico sia oggi tra i più appetibili ed in rapida crescita: i profitti del settore sono già oggi più del doppio di quelli del settore petrolifero! La Banca Mondiale ha valutato il mercato dell'acqua nel suo insieme intorno ai mille miliardi di dollari l'anno e per il 2025 si prevede la dipendenza di 1,6 miliardi di persone nel mondo da esso.
Nel tempo si sono prodotte anche lotte importanti in alcuni Paesi poveri tra popolazioni locali e multinazionali, che a volte sono riuscite a respingerne le pretese, come in Bolivia, o, più recentemente, in Gabon. Fino dal 1998 era nato un Comitato Internazionale per il “Contratto Mondiale sull'Acqua”, presieduto da M. Soares e coordinato da R. Petrella, che puntava a raccogliere in tutto il mondo le energie contro la privatizzazione dell'acqua, lanciando l'obiettivo di un suo riconoscimento come “bene comune pubblico”.
Pur animato dalle migliori intenzioni, qui in Italia il “Contratto”, con i Comitati che ad esso hanno fatto riferimento, ha segnato l'inizio della sua più grossa sconfitta, paradossalmente proprio con la “vittoria” al referendum del 2011 contro la privatizzazione. Dato che, ovviamente, una scelta così importante per il capitale europeo non poteva di certo essere contraddetta da un semplice esito referendario (e, per giunta, in un Paese solo), la quasi totalità dei voti (95 - 97%) che era risultata contraria al privato venne di fatto affossata con escamotage legislativi che confermarono la tendenza di fondo del capitale di trovare sempre nuovi campi per la propria valorizzazione in tempo di crisi: i governi sono sempre riusciti a mantenere legalmente i profitti sull'acqua!
Si è trattato di una sconfitta storica del “benicomunismo”, di cui in troppi ancora non hanno preso atto; una ideologia anticomunista, che distingue tra beni che “possono essere privatizzati” e beni che, in questa società, devono restare “comuni” (come se fosse davvero possibile!...), tra cui viene considerata l'acqua. E' ancora una volta una metodologia piccolo borghese applicata ad una tematica rispetto alla quale è, invece, necessario riportare i risultati parziali, pur talvolta ottenuti quando vi sono state lotte reali, ad una strategia di cambiamento in senso classista, che leghi la tematica ai bisogni proletari.
Mentre in Italia si discuteva democraticamente di “acqua pubblica” o meno, nei primi mesi del 2011 la Nestlè già proponeva di aprire in Canada una specifica “Borsa internazionale dell'acqua”. In ogni caso, nel mondo le S.p.A. sono aumentate, e dal 2012 al 2017 l'indice Standard & Poor Global Water NR ha registrato un incremento annuo medio del 13%. La situazione è diversa da Stato a Stato, e si va dal Regno Unito, dove oggi è tutto privatizzato, a Paesi con maggioranza di partnership pubblico-privato, fino a Stati che mantengono pubblica la maggior parte della gestione, come la Francia. Le azioni hanno generalmente offerto finora rendimenti relativamente bassi, ma stabili nel tempo.
In ogni caso, è proprio in previsione di scenari dove l'accesso all'acqua peggiori, che dagli esperti è consigliato, come ora sta avvenendo, l'investimento in azioni di “oro blu”, cioè di acqua. Oggi sono moltissimi i fondi che investono nel settore. Inoltre, nel quadro attuale della pandemia, la necessità dell'igiene è ancora più forte, e non può che basarsi sull'acqua potabile, indispensabile anche per la salute. Alla siccità, alle inondazioni ed alle conseguenze del cambiamento climatico, con l'aumento delle temperature, l'innalzamento del cuneo salino, e via di questo passo, ora si è aggiunto il COVID a rendere più difficile la situazione dei poveri delle zone ad elevato stress idrico!
E' in questo contesto che CME Group, enorme realtà operante nel mercato finanziario USA, e il mercato borsistico NASDAQ di New York hanno deciso che entro la fine di quest'anno la merce “acqua”, l'oro blu, come quello giallo e quello nero, diventerà anch'esso, per la prima volta, un “contratto future”, cioè un contratto “in cui ci si obbliga a scambiare una prefissata quantità di merce ad una data prefissata, e ad un determinato prezzo fissato alla data della contrattazione”. Lo diventerà sulla piattaforma Globex, in base al prezzo dei diritti sull'acqua in California, dove si sono verificati recentemente gravi incendi.
CME Group sostiene, come anche qualche “ambientalista” ha sostenuto, che ciò servirà a proteggere le aziende e le municipalità dai rischi economici “legati alle carenze idriche”. CME, in più, punta a trasformarlo in futuro in “segno di riferimento” del “livello di allarme sull'acqua a livello globale”. Secondo CME poi, il valore dell'investimento è destinato ad aumentare, visti l'inquinamento, la crescita demografica e le conseguenze del cambiamento climatico; ...e su questo risulta difficile dargli torto!
Si tratta di una scelta inevitabile per il capitale. Dopo la piattaforma B2B, che dal 2003 in Australia scambia diritti sull'acqua, l'uscita di fondi specializzati e di fondi di investimento legati all'acqua, da tempo quotati in USA, quest'altro passaggio era nei fatti. In fondo, si tratta di una merce, e come tale darà luogo anche a fondi derivati ed a speculazioni finanziarie: nuovi terreni di scommesse. A pagarne le conseguenze saranno, invece, coloro per i quali l'accesso all'acqua potabile diventerà ancora più difficile, salvo eventuali e parziali rigurgiti di coscienza che la borghesia potrà permettersi di gestire, viste le ripercussioni sul proprio tenore di vita.
Siamo arrivati a quanto, ai primi del secolo scorso, sembrava impossibile: l'acqua come merce, al pari di tutto. Qualcuno si meraviglierà ancora oggi del fatto che questo sistema sociale, se prima non condurrà, invece, alla catastrofe, porterà anche la stessa aria, come sta già avvenendo con l'aria artificiale indoor di alcuni alberghi (vedi ALTERNATIVA DI CLASSE Anno VII n. 84 a pag. 4), a divenire merce a tutti gli effetti. Niente può arrestare la progressiva mercificazione di tutto da parte di questo sistema putrido, se non la lotta di classe internazionale ed internazionalista verso la società senza classi.






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