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Addio a Emanuele Battain, con lui se ne va un pezzo di storia italiana.

Dalle tragiche esperienze della dittatura fascista, della guerra e dell’occupazione nazista, fino all’ingresso nel Prc, per il quale ha lavorato fino all’ultimo: sessant’anni di attività politica ininterrotta

(21 Agosto 2006)

Se penso a Emanuele Battain due immagini mi vengono subito alla mente, quella del compagno che presiede riunioni e seminari, con una precisione e una pignoleria cronometrica, vigilando con rigore perché i tempi stabiliti per gli interventi siano rispettati da tutti gli oratori; e quella di chi, con scrittura precisa, raccoglie, annota e sintetizza, sulle pagine dei suoi quaderni, gli interventi. Poi c’è il compagno Battain che scherza, ride, e chiacchiera informalmente e che racconta, perché Emanuele aveva un passato (e che passato) innervato in più di sessant’anni di storia del nostro paese.

Nato il 3 febbraio 1927 aveva conosciuto la dittatura fascista, poi la guerra, la Repubblica di Salò e l’occupazione nazista. Tra queste tragiche e difficili esperienze, era maturata la sua scelta antifascista, aveva partecipato, giovanissimo, alla Resistenza con simpatie e contatti con l’azionismo di Giustizia e Libertà, optando poi per l’adesione alla Federazione Giovanile Socialista, l’organizzazione giovanile del ricostituito Psiup nell’immediato secondo dopoguerra.

In quegli anni e in quegli ambienti erano stati acquisiti i capisaldi elementari della sua formazione politica: la democrazia quale regola di vita interna ai partiti e alle organizzazioni sindacali del movimento operaio, la partecipazione cosciente e attiva ai movimenti di massa, un anticapitalismo rivoluzionario che si coniugava con una critica allo stalinismo, senza nulla concedere alla campagna anticomunista che si profilava all’orizzonte con l’inizio della guerra fredda e la cacciata dei comunisti e dei socialisti dal governo nel 1947.

Con la Fgs compì un percorso politico breve che si concluse con la definitiva rottura col Psli nel 1948, il partito sorto dalla scissione di Palazzo Barberini. Con altri giovani compagni socialisti di Venezia, tra i quali Giorgio Modolo e Renato Andreolo, assieme a Livio Maitan, che nel frattempo era diventato segretario nazionale della Fgs, aderì al cartello del Fronte Popolare, formato principalmente da comunisti e socialisti, sconfitto clamorosamente nelle elezioni del 18 aprile 1948.

Nel frattempo, assieme ad un piccolo gruppo di compagni, avendo avuto modo di conoscere le analisi politiche della IV Internazionale, le aveva apprezzate e condivise, prendendo parte alle iniziative che portarono alla costituzione, anche in Italia, di un gruppo marxista rivoluzionario aderente a quell’organizzazione e alla pubblicazione di Bandiera Rossa.

Conseguentemente, si iscrisse al Pci dove, con la semplicità e l’entusiasmo di cui era capace, militò per tutto gli anni cinquanta e sessanta, seguendo con partecipazione tutte le vicende esterne e interne al partito che si succedettero in quel ventennio: dalla destalinizzazione alla repressione della rivolta ungherese, alla polemica Cina-Urss, fino allo scontro tra Amendola e Ingrao dopo la morte di Togliatti.

Con altri compagni nel corso delle lotte studentesche e operaie del biennio 1968-1969 condivise la necessità di provare a costruire un percorso politico esterno al Pci, partecipò quindi negli anni settanta e ottanta all’attività della sezione italiana della IV Internazionale.

Avvocato di professione, unì la passione politica a quella lavorativa, entrato nell’avvocatura nel 1951, sposò per tutta la vita le cause dei lavoratori, degli studenti, degli “estremisti” di sinistra; fu un riferimento legale sicuro per molti di loro. Prese parte a processi di rilevanza nazionale, l’ultimo dei quali, ancora in corso e che si augurava di veder concluso, riguarda quello contro lo stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera.

Nel 1991 era entrato, come tanti altri compagni della Quarta e di Dp, nel Movimento per la Rifondazione Comunista, poi diventato Prc. Nel Prc ha lavorato fino alla fine, con la determinazione di cui era capace, senza risparmiarsi o tirarsi indietro per ragioni d’età, tanto da partecipare ancora alla recentissima campagna elettorale per le elezioni politiche di pochi mesi fa in qualità di candidato al Senato.

Diego Giachetti

Fonte

  • fonte: "Liberazione" martedì 20 agosto 2006

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