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(4 Maggio 2011) Enzo Apicella

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(Il nuovo ordine mondiale è guerra)

DIRITTI DEI LAVORATORI

Minacce di dazi commerciali già smentiscono le illusioni borghesi di un imperialismo senza guerre

(20 Aprile 2018)

Da "Il Partito Comunista", n. 388 (marzo-aprile 2018)

Tra le tante terribili guerre che infuriano alle periferie delle cittadelle capitalistiche, con il sanguinoso seguito di rovine, stragi senza nome e profughi disperati, pare che il capitalismo ce ne propini una nuova, forse non meno cruenta e foriera di terribili conseguenze: l’arresto, se non la fine, della timida ma promettente ripresa economica, che finora allieta politici e capitalisti.

Finalmente il capitalismo, precipitato dal 2008 nella sua più lunga recessione conosciuta, si stava riprendendo, ma ora uno sconsiderato, dicono, eletto a capo del più potente impero, con le sue improvvide esternazioni e decisioni politiche ed economiche, minaccerebbe quel virtuoso percorso. È la fine della libertà commerciale, la fine della lodevole globalizzazione, che avrebbe permesso a tutti benessere e buoni affari. È la guerra commerciale, la guerra dei dazi.In effetti i motivi presi a giustificazione di questa stretta sul libero transito di merci un fondamento lo hanno. Se guardiamo i secchi numeri dei saldi commerciali tra gli Stati Uniti d’America e le principali controparti mondiali appare evidente lo squilibrio sistematico tra volumi di importazioni ed esportazioni; commercialmente l’economia statunitense segna con tutte un deficit rilevante.

Ben altro peso, rispetto al deficit del saldo commerciale, almeno sul lungo termine, presenta il volume enorme e crescente del debito pubblico, la situazione finanziaria verso il resto del mondo, che finanzia il grande impero tramite l’acquisto di Buoni del Tesoro americani. L’amministrazione statunitense di questa dinamica endemica però non se ne cura, anzi la pratica con assoluta continuità.

Ma questo è un altro discorso. Qui si parla non di capitali ma di merci, cose tangibili che circolano traverso i confini degli Stati, e devono realizzare il plusvalore in essi cristallizzato.

Questa “guerra dei dazi” ha in realtà diversi aspetti, e non è soltanto limitata alla pretesa di contenere la dinamica di un disavanzo che non cessa di crescere, preso a pretesto per l’apertura delle ostilità commerciali. Gli USA, primo esportatore globale al mondo, sono anche il maggior importatore. A fine 2017 (dati di U.S.Census Bureau), Cina, Canada e Messico, in quest’ordine decrescente presentano con gli USA un volume di import-export rispettivamente di 630, 582 e 557 miliardi di dollari, e comportano per gli USA un saldo passivo di 505,6, 300 e 314 miliardi.

La Cina, l’economia col maggior volume di scambio, a fronte di 130 miliardi di importazioni dagli USA, esporta per 505,6. Il Giappone importa per 67,7 ed esporta per 204,2, mentre Germania, Corea del Sud, Regno Unito, Francia India ed Italia si limitano a saldi commerciali positivi per loro a due cifre: la Germania importa per 53,5 miliardi ed esporta per 136,5, l’Italia per 50,0 contro 68,3.

L’imperialismo più forte si pone quindi sulla scena mondiale come primo importatore di merci e come primo esportatore di capitali. E non è un caso che in entrambe le posizioni venga a corrispondergli il colosso asiatico, che detiene il volume maggiore sia dell’attivo commerciale sia del debito statale USA.

Questi sono i numeri, inconfutabili, che hanno dato formale giustificazione alle decisioni americane di introdurre tariffe doganali limitatrici all’importazione per costituire barriere “antidumping”.

Ma è da vedere verso chi, su quali prodotti ed in che misura, perché questi saldi commerciali così aggregati non evidenziano la situazione per tipo di merci. Se per ora il motivo di scontro si concentrerebbe principalmente sulla siderurgia e sull’alluminio, le “ritorsioni” americane si estenderebbero ad altre categorie merceologiche: dalle auto, ai semiconduttori, venendo a costituire un grave problema per alcuni capitalismi d’Europa e dell’estremo oriente.

In una vera guerra commerciale, le economie più deboli possono solo risultare soccombenti. Basta considerare che Germania, Francia, Regno Unito hanno economie fondate sull’esportazione, al contrario degli USA che esportano per una parte piccola del loro PIL (il 12%), per rendersi conto che il problema principale sarebbe per questi Stati, più che per chi ha annunciato in pompa magna le restrizioni. Ma credere che la svolta protezionistica, per quanto agitata e solo parzialmente applicata, possa in qualche modo contribuire non ad annullare ma solo a ridurre l’enorme deficit commerciale americano è un’idea priva di fondamento. E non per la possibilità di “controdazi” che gli Stati interessati potrebbero applicare verso gli USA. Perché il deficit commerciale della super potenza è intrinseco alle sue dimensioni produttive, alla sua potenza finanziaria, alla forza della sua moneta che è, almeno fino ad oggi, il riferimento per ogni specie di transazione. Quindi i provvedimenti, che non hanno avuto ancora un seguito conseguente, avranno poca efficacia reale, prima di tutto per i “posti di lavoro” che sarebbero messi in crisi dai prodotti importati, secondo la demagogia dei governanti di turno.

Ovviamente noi comunisti comprendiamo bene che le imposizioni americane, che sembrano violare platealmente i fondamenti del “libero mercato” e la tanto adorata “globalizzazione”, in nome della quale i briganti imperialistici si contendono il dominio dei mercati, hanno un fondamento non commerciale, la riduzione del deficit, ma politico e strategico.

Ma parlare in questa fase genericamente di “guerra” suona più come un’affermazione ad effetto che come un fatto reale. Benché ogni guerra si inizi cercando gli alleati; e la minaccia alle capacità produttive di alleati e vassalli della NATO o della SEATO, e di avversari come Russia e Cina, è uno degli strumenti in questo riassestamento strategico.

Un obbiettivo è l’Unione Europea, in particolare la Germania, perché operi misure restrittive verso Russia e Cina. Il contenimento, se non addirittura il blocco della vendita di gas da parte della Russia giocherebbe un ruolo strategico per gli USA. Per l’Europa, dove primeggia la Germania, ottavo fornitore di acciaio agli USA, altro obbiettivo americano è far accollare ai riottosi alleati NATO il costo della comune difesa e disarticolare una faticosa Unione che già per conto proprio tende a sgretolarsi. Si rende necessario riallineare gli alleati sul piano militare, proseguendo la politica imperialistica così come si sta sviluppando in questo millennio, rompendo un’alleanza che li porrebbe isolati nei confronti del dominus d’oltre oceano.

Da parte loro Messico e Canada sono coinvolti nella revisione del NAFTA, il trattato per il libero scambio nel Nord-America, e la minaccia dei dazi gioca la sua parte in un contratto leonino come hanno in mente gli Stati Uniti.

È sicuro che la guerra prima o poi dovrà davvero scoppiare, in prima fase sul piano commerciale, e sarà sicuramente a tutto detrimento per i paesi la cui economia e i commerci sono minacciati di dazi, Cina compresa. Anche se oggi, in effetti, dopo una prima fase di proteste, le posizioni di tutti i contendenti si sono ammorbidite e sono ripresi, discretamente, i negoziati.

Le indicazioni di questa “decisione unilaterale”, che pare annullare la base stessa della finta globalizzazione e si articola su piani diversi ma concorrenti, sono chiare.

Innanzi tutto segnano una nostra nuova vittoria teorica: finalmente stanno sgombrando il campo da ogni infingimento di mediazioni che garantirebbero la pace perpetua tra i briganti imperialistici, le cui immani produzioni di merci mai potranno compensarsi nemmeno in un mercato globale senza vincoli e tariffe.

Poi perché mostrano quale sia in questo momento il livello di frizione tra i blocchi imperiali e quanto gli effetti della decennale crisi capitalistica stiano spingendo gli Stati verso un futuro, forse non troppo lontano, conflitto dispiegato. Questa nuova ulteriore tappa verso la guerra non ci giunge inattesa. Che i mostri imperiali non potessero in alcun modo “coesistere”, nemmeno sul piano commerciale, lo sapevamo fin dall’alba della nostra dottrina, anche se il sogno di un capitalismo “ragionevole”, di un “commercio equo ed onesto”, di una concorrenza “virtuosa” continua a guidare le illusioni dei piccolo borghesi, e vergogna somma, dei proletari ubriachi di democrazia e di “onestà” boghese. Come se il male del capitalismo fosse la “disonestà”, la truffa, il ladrocinio.

Ben vengano quindi queste feroci, sprezzanti decisioni del più forte verso i più deboli. La ripresa di classe passa anche da qui.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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