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Archivio notizie :: Mondocane fuorilinea

Svegliati, amore, la situazione non è buona

(1 Febbraio 2008)

Se verità significa qualcosa, significa
il diritto di dire alle persone
ciò che non vogliono sentire
(George Orwell)

Il titolo del capitolo conclusivo di questo zibaldino parafrasa quello di una canzone e di un memorabile programma televisivo dell’intuitivo – con qualche cattosbavatura - Adriano Celentano. Il formidabile anticipatore (rock, ecologia, pacifismo…), cantante e comunicatore, dice “Dormi, amore…”, suggerendo forse il sonno-sogno per sfuggire allo tsunami di merda che il ventilatore di un ceto politico cialtrone e criminale spara su quanto resta dell’umanità non lobotomizzata, succube, o corrotta. Con questo libro, invece, si è tentato di far risuonare una seppure flebile eco della sveglia con cui popoli e classi, più integri e saldi di noialtri nel Nord del mondo, stanno rispondendo alla strategia di assassinio di massa di un padronato che per ferocia, ottusità e mezzi di sterminio, non pare aver precedenti nella storia umana. Immenso è il credito che, per questo, dobbiamo ai resistenti e combattenti del Sud del mondo, agli iracheni, palestinesi, afghani, indio-afro-latinoamericani. E a quella minuta, occultata e perseguitata sinistra diffusa che, con la sua solidarietà alla resistenze dei popoli, svergogna viltà e opportunismi, salva briciole di dignità e di onore. Al sacrificio, al coraggio di tutti questi, alla loro chiaroveggenza, l’intera umanità degli oppressi e sfruttati è debitrice e lo sarà per sempre quando constaterà che “la nuttata” è passata.

Questi sono peggio

Avrete constatato nel percorrere queste pagine, eterodosse e discutibili sul piano epistemologico, ma ragionevolmente robuste di rabbia, che il bersaglio principale sono le false sinistre, i pacifinti, coloro che “ci hanno ripensato”, quelli che assumono la brodaglia tossica dei paradigmi degli assassini, limitandosi a storcere un po’ la bocca: cattivi i guerrafondai, esagerati i padroni, ma che ci vuoi fare, i terroristi sono peggio, il governo non si può far cadere sennò torna Berlusconi, l’imperialismo non esiste, la nonviolenza è la massima delle virtù… Per cui calma e birra. Se uno poi se la prende in particolare con gente come “il manifesto” è perché, più di un evidente nemico, fa male e danno il figlio che ti pugnala alle spalle, il padre che ti disereda per una meretrice, la tua donna che se la fa con il capoufficio che ti sevizia, l’amico del cuore che spiffera le tue cose al questurino. Ricordate quando, al tempo della manifestazione nazionale contro il precariato, per il ministro del precariato, Damiano, “il manifesto” fece la danza di Salomé offrendogli sul piatto d’argento la testa di Piero Bernocchi dei Cobas, con contorno di insulti e anatemi, perché questo esponente di una sinistra imbarazzante, in quanto non accomodabile, si era permesso di definire quel vindice della Legge Biagi “amico dei padroni”? In quella mossa c’è tutto il perché di questo libro. Come anche nel raccapricciante decadimento di una Rossanda, maestra più veneranda di tutti, che fa sbigottire la parte meno ottenebrata del nostro popolo, legittimando la frode del Mose, elogiando il fedifrago Sofri, o Gianni Riotta e il “nuovo Tg1” da lui diretto. Sul Tg1, capace di dedicare la sua edizione principale alla gloriosa ripulsa del papa da parte della Sapienza nel gennai 2007 (replay di Lama e degli improperi a Bertinotti), ma facendolo con un coro di papisti neri di collera e neanche una vocetta sottile sottile di coloro che, salvando la dignità dell’universo accademico, avevano osato esprimere rifiuto all’intrusione del capo dell’oscurantismo. Un Gianni Riotta dall’italiano faticoso, ma con cadenza rigorosamente washingtoniana. Un Tg1 riottiano assolutamente reazionario, strumento principe delle volgarità Gran Guignol nelle quali il regime affoga la percettività della gente verso le questioni che contano e la riguardano. Ma come si fa! Solo perché, insieme alle Ritanne Armeni, ragazza di bottega dello spione Giuliano Ferrara, Riccardo Barenghi, che preferisce i marines ai guerriglieri iracheni, e tanti altri transfughi, questo Riotta riverniciato a stelle e strisce esce dal nido del “manifesto”, seppure lì probabilmente deposto da qualche cuculo? C’era in quella covata anche Corradino Mineo. Ve lo ricordate al TG3, petulante con quella sua vocetta bianca? Lo fecero direttore di RaiNews24, per meriti atlantici. Un’emittente che gli scoop di controinchiesta della precedente gestione (Falluja, le armi sporche di Israele…) se le è bell’e scordate. Me lo ricordo, Corradino, quando da componente del Comitato di redazione riuscii a tirargli un bastone tra le gambe mentre tentava di far fuori l’ultima dignitosa direttrice di quel Tg, Daniela Brancati. Il golpe, sostenuto da Cossutta, pensate un po’, fece flop e Corradino me la giurò, ma sorvolò quando fu compensato con la carica più ambita: corrispondente dalla Quinta Strada.

“Il manifesto” e il lamento di Portnoy

Di “ma che cazzo fate” quel giornale continua a fornirne ragioni con pervicace determinazione autolesionista. Un giornale, lo ammetto con risentimento, insostituibile, faut de mieux, ma anche per il contributo di alcuni non omologhi “esterni” e, ancora, se non altro, per il grato ricordo di Stefano Chiarini, giornalista che lì dentro si è battuto e dibattuto, in posizione di coraggiosa minoranza, contro l’idiozia e la complicità di tanti luoghi comuni. Un “ma che cazzo fai”, relativo a un abominio grosso come la creatura di Frankenstein e altrettanto raccapricciante, scaturisce da un intollerabile articolo di Valentino Parlato, fine gennaio 2008, sulla sucessiva Fiera del Libro a Torino, dedicata a Israele “ospite d’onore” nel 60° della sua fondazione nel 1948, anno in cui in Palestina gli ebrei erano il 13% e gli arabi l’83%. Dimenticando in perfetta malafede che quella fondazione rappresenta per il popolo palestinese la catastrofe, il furto delle sue terre, la negazione della sua identità e vita. Cosa fa questa fiera se non celebrare gli occupanti e assassini. E dov’è la solidarietà di Parlato per le vittime di oggi? Una provocazione, quella di Torino, o un’iniziativa più incongrua che perfida? In ogni caso fonte di sgomento e indignazione vastissimi e all’origine di una campagna di boicottaggio che si ricollega a quella lanciata da tempo nel mondo accademico britannico. Parlato, fondatore ed editorialista, è la veneranda e un po’ stazzonata icona di un giornale che ha affidato le incombenze internazionali, vaticane comprese, al buonismo cerchiobottista di cattolicanti come Lettera 22, Terre des Hommes, non privandosi nemmeno di frequenti iniezioni di lobby ebraica. Basta pensare a quel commentatore israeliano, Schuldiner, che si permette di criticare gli “estremisti” del suo governo genocida, solo dopo aver rimesso tutto a posto dando degli assassini e criminali a Hamas e Hezbollah. “Il manifesto” gareggia con i giornali della destra nell’accaparrarsi le firme di propagandisti e foglie di fico dell’establishment sionista, come Jehoshua, Oz, Grossman. Questi “grandi letterati”, adibiti a inventare un “volto umano” al regime più violatore dei diritti umani e più responsabile di crimini di guerra di questo mezzo secolo. Parlato ne rivendica la libertà d’espressione (che del resto nessuno gli nega, è la Fiera che viene punita dal boicottaggio), che è come rivendicarla a un Grandi o a un Bottai mentre, davanti a sopravvissuti dell’olocausto ebraico, esprimono qualche disagio per le leggi razziali. Ma c’è la “giornata della memoria”, si ribatte. Già, peccato che quella giornata – giusta, per quanto strumentalizzata da allievi del genocidio - si accompagni all’ingiusto oblio dei milioni di comunisti, socialisti, zingari, omosessuali, eterodossi qualsiasi, pure periti nei campi. E anche di quei milioni di civili tedeschi (mai calcolati, indegni di esserlo, debito da ignorare) sterminati, bruciati vivi dal fosforo, rasi al suolo insieme alle loro città, da criminali di guerra del tutto equivalenti, con una punizione collettiva senza precedenti. Erano, quei mandanti a Londra e Washington, i veri fondatori del terrorismo.

Belgrado ride?

E non vogliamo ricordarci di quella Primavera di Belgrado, di quel demenziale Belgrado ride, con cui il “quotidiano comunista” inneggiò alla rivoluzione colorata Cia-Otpor, fornendo alibi a un’operazione imperialista che frantumò un paese, distrusse un popolo e consegnò il tutto agli artigli del colonialismo capitalista? Oggi, con Tommaso De Francesco (quello che ripete coattivamente lo slogan della “contropulizia etnica” dei separatisti, come se prima ce ne fosse stata una fatta dai serbi), “il manifesto” versa calde lacrime sul destino di un Kosovo, postribolo mafioso ad uso dei trafficanti e militaristi occidentali, e di una Serbia mutilata e umiliata. Ma non nasce tutto da quella Belgrado che “rideva”? Non era tutto questo nell’orizzonte promesso dalla “primavera di Belgrado”?

Israele piange?

Torniamo all’articolo della vergogna massima, redatto da chi solitamente e fortunatamente si limita ormai al periodico “lamento di Portnoy” (noto masturbatore descritto da Philip Roth) sui problemi finanziari di un giornale che continua a dare testate in faccia ai suoi migliori lettori. Ebbene, Parlato con quell’uscita ha potuto dare l’addio a un’ulteriore bella fetta del suo frastornato pubblico. L’uomo, che con me poco prima aveva partecipato, abbastanza inerte e inconsapevole, a una trasmissione televisiva sul pandemonio dei rifiuti in Campania, nell’articolo redarguisce arcigno coloro che si sono permessi, a ingiuria della sofferenza inflitta al popolo ebraico nei secoli, di proporre un boicottaggio di quella fiera del libro. D’un fiato solo, l’anziano giornalista inanella una valanga di incompetenze, già penosamente registrate durante il programma sui rifiuti, e di rabbiosi nonsense di puro stampo sionista: confondendo diritto e abuso colonialista, popolo con religione, sancisce il diritto degli ebrei a fondare un proprio stato nella viva carne di un altro popolo, multi confessionale, che di quel territorio è titolare millenario. Come se gli ugonotti, in quanto tali, si fossero presi la Danimarca e, in quanto protestanti, vi avessero eretto uno Stato. Un’apologia di stampo olmertiano, bushiano e prodiano, non solo e neanche scientifica, del razzismo, visto che della razza semita fa parte una minoranza di ebrei (i sefarditi) d’Israele, contro 300 milioni di semiti arabi. Un’apologia addirittura dello Stato confessionale teocratico, mentre è in corso una pulizia etnica degna del pogrom contro gli armeni.

E al Nostro non basta neanche l’ olocausto che da oltre mezzo secolo Israele infligge ai palestinesi, con efferatezze genocide che neanche gli afrikaaners, per indignarsi del paragone che la stessa Onu ha formulato tra apartheid del Sudafrica e apartheid di muro, sterminio, infanticidio, punizioni collettive, tortura, affamamento, di Israele contro i palestinesi tutti e, in particolare, quelli dell’Auschwitz di Gaza. Senza contare che il Sudafrica non aveva assaltato paesi vicini come Israele continua a fare, anche ricorrendo alle più spaventose armi proibite. A farlo sprofondare nell’onta, hanno per fortuna provveduto gli stessi ebrei italiani, nonché nobili esponenti della resistenza israeliana, come Uri Avnery e Jeff Halper, che denunciano il fascismo sionista e ai quali non basta, come basta a Parlato, l’identità ebraica per consentire quanto di più scellerato, insieme alla distruzione dell’Iraq, oggi si compia nel mondo. Stefano Chiarini farebbe la trottola nella tomba. Ma Parlato vanta un grosso sostegno: “Anche Stalin approvò la creazione di Israele”. Si può rispondergli meglio che con un ecchissenefrega? Vanta anche un astuto supporto ideologico: “Gli ebrei del ghetto di Varsavia cantavano “l’Internazionale”. Anche George Habash, il grande leader laico e marxista della liberazione palestinese e della resurrezione araba, la cantava. Si può chiedere a Portnoy-Parlato di ricorrere a questo episodio per avallare i combattenti suicidi che si facevano esplodere negli autobus di Tel Aviv?

Gli epigoni di Stefano: diritti umani e società civile

Il rimpianto per Stefano Chiarini trova ininterrotto nutrimento da tutto ciò che a proposito di Medio Oriente viene esternato da quel giornale. Vediamo Giuliana Sgrena, sostenitrice della truffa Usa che tenta di demonizzare la Resistenza irachena dandole dell’Al Qaida, tra i nostri bravi militari “pacificatori” in Libano o, in combutta con quelli di Lettera 22 che colonialisticamente chiamano i guerriglieri afghani “tartari col turbante” , tra i sostenitori della “società civile”, collaborazionista e filo-occupazione (un po’ meno bombe e un po’ più ricostruzione), dell’ Afghanistan. Leggiamo corrispondenti che da Beirut si prodigano a falsificare la realtà di quel paese in procinto di ricolonizzazione franco-israelo-italiana, corroborando lo stereotipo del confronto tra “filo-siriani” e “filo-occidentali”. Un confronto inteso a mascherare la lampante realtà di uno scontro nazionale e di classe tra fantocci illegali tenuti in piedi da protettori esterni e una maggioranza patriottica schiacciata ai bordi della vita, ma che si criminalizza attribuendole le provocazioni assassine ordite dalle solite centrali dell’11 settembre. Ci vuole lo stesso comandante maronita dell’esercito libanese, Michel Suleiman, contro la cui candidatura a capo dello Stato, accettata dalla resistenza patriottica, si scatena la destra con l’eliminazione (filosiriana?) di suoi collaboratori, a mettere le cose sul binario giusto: Israele sta colpendo in vari modi l’esercito per arrivare a colpire la Resistenza libanese: l’organizzazione Fatah Al Islam (quella che, identificatasi con Al Qaida e finanziata dal clan filoisraeliano e filosaudita di Hariri, ha provocato il macello del campo di Nahr el Bared) è un’emanazione del Mossad israeliano.

Sprofonda nel conformismo della propaganda colonialista, “il manifesto”, anche quando tratta di situazioni incandescenti e complesse come lo Zimbabwe e il Sudan, entrambi i paesi fulminati dalla riprovazione occidentale, da sempre propedeutica all’aggressione. La mosca cocchiera sono ovviamente i diritti umani, indistin-guibili dalle labbra di Bush a quelle di Bertinotti e dei cronisti di esteri nel quotidiano. “Diritti umani” violati in Zimbabwe, dove il presidente Mugabe finalmente riduce la manomorta dei feudalisti bianchi sulle terre fertili, distribuendone parte ai veterani della cacciata dei coloni, protervi e bulimici nipotini di Cecil Rhodes. “Diritti umani” in Sudan travolti del “genocidio” governativo nel Darfur, dove chiunque sia onesto e cosciente individua l’ennesima operazione separatista, con bande armate e finanziate da fuori, per predare le risorse minerarie e la posizione geostrategica del Sudan, nell’era del ritorno colonialista euro-statunitense. Simbolo della criminalità dei protagonisti, quel Sarkozy che si precipita in Ciad per coprire lo scandalo di una Ong francese, “L’arca di Noè”, che, facendoli passare per “orfani del Darfur”, aveva sottratto alle loro famiglie un centinaio di bambini da convogliare verso adozioni illegali e chissà quali altri turpi traffici. Il mercato degli snuff (film pornografici in cui si torturano e uccidono gli “attori”, perlopiù donne e bambini sequestrati, magari a Ciudad Juarez in Messico) e degli organi da trapiantare, è dei più dinamici.

L’amica rivoluzionaria Hillary

Altro colpo doloroso alla credibilità e al rango politico-informativo preteso dal “manifesto” lo ha inferto, all’epoca delle primarie Usa per la successione a Bush, la dama di punta della ginocrazia non solo di quel giornale, quando ha dedicato un corsivo di prima pagina a quella vittima delle cattiverie maschili che è Hillary Clinton. Davvero agghiacciante con quale disinvoltura Mariuccia Ciotta, condirettrice, dedica una vibrante ovazione alla candidata democratica, finalizzata a depistare da una becera e corrotta competizione-farsa, tra settori oligarchici e militaristi, verso un conflitto di genere, nel quale si evidenzia il rifiuto maschilista di far accedere al potere le donne, ontologicamente migliori. E che vogliamo dire delle serial killer Madeleine Albright, Condoleezza Rice, Golda Meir, Tzipi Livni, Margaret Thatcher, della compianta law and order Sigolene Royal, dell’ammirata Bachelet, della trionfante Merkel, di Benazir Bhutto, esempio di corruzione, autoritarismo, servilismo a Usa e Israele (tolta di mezzo dopo aver annunciato che l’agente Cia Osama Bin Laden era stato ucciso, a dispetto delle protezioni Usa), destinataria dello stupefacente panegirico di una Beena Sarwar sul “manifesto”? Tutte esponenti di minoranze che sfidano la norma del potere maschio, giovane e bianco? E venendo al trucchetto della commozione esibita a decine di telecamere nella caffetteria, dopo la sconfitta per opera del maschio (seppure nero), ecco la prosa rettificatrice di Ciotta: La voce di Hillary si è semplicemente incrinata nella furia di vedersi etichettata come rappresentante dell’establishment (ma figurati!), in continuità con la politica che ha portato l’America a svendere se stessa nei 7 anni di Bush. La sua commozione tradiva non la donnina dai nervi fragili, ma la passione politica che scuote gli Stati Uniti dopo l’era della guerra e il primato della forza e che trascina alle urne gli americani… Segni dissonanti, simboli di un’inversione di tendenza. Forti in quanto deboli, agli antipodi della rappresentanza del comando. Solo in America, forse, è concepibile una così radicale metamorfosi delle insegne del potere. Non basta, siamo all’apoteosi: Barack e Hillary, uguali e diversi, vogliono ridare voce alla politica… sotto gli occhi scorre il tentativo di trasformare il futuro mondiale… non sarà la rivoluzione (ma no?), ma l’uscita almeno dal medioevo di un occidente suicida. L’11 settembre è finito (aspetta, aspetta). Agevoli e ovvii i commenti dei miei lettori.

S’impone qualche domanda. Si tratta della Clinton che, affiancata al marito, prosecutore della guerra infinita col massacro della Jugoslavia, ha iniziato solo pochi giorni prima a farfugliare, sotto l’immane pressione popolare, qualche opportunistica perplessità sulla catastrofe irachena? Della Clinton che siede al vertice della Wal Mart, il tritacarne sociale capitalista, socia del marito nella massiccia distribuzione di prebende alla minoranza ricca del paese? Della donna-cannone dell’Afghanistan? Della Clinton che, più di ogni candidato, è stata sovvenzionata dal complesso militar-industriale e da altri mostri dell’olocausto sociale mondiale, in perfetta continuità con uno Stato teppista che dal 1945 ha rovesciato 50 governi e bombardato 30 nazioni, eliminando decine di milioni di vite? Della Clinton ferocemente antifemminista e, più di tutti, violentemente filosionista? Della Clinton che non ha sollevato un sopracciglio di fronte alla distruzione di quella parvenza di democrazia che erano gli Usa prima di Bush il fesso, della bill of rights, dell’ habeas corpus, della separazione dei poteri, dell’incarcerazione di massa su sospetto, dello tsunami securitario anti-poveri. Della Clinton che, rispondendo alla Condoleezza della guerra è sempre un buon investimento, in linea con i nostri Napolitano e Prodi, rilancia e promette agli industriali commesse ancora maggiori per un arsenale militare ancora più ampio? Ovvio, il PIL è tutto e il PIL questo esige. Ciotta riesce ad arrivare al sublime inventandosi per la Clinton un tentativo di trasformare il futuro mondiale che scaturirebbe da quella parodia di campagne presidenziali che passano sulla testa del popolo come i grotteschi diktat di Prodi, campagne-truffa per gonzi, fatte di volgarità e di intrattenimenti disneyani, una danza macabra rituale finalizzata a camuffare un sistema venale, fondato sul potere del denaro, la frantumazione sociale e la cultura della guerra permanente (John Pilger). E vi risparmiamo i brogli che rovesciano, con la stessa impossibilità scientifica dei risultati delle nostre elezioni nel 2006, i sondaggi precedenti le primarie dell’inusitata vittoria di H.C. e che analisti seri hanno visto risalire alla solita società Diebold. La Diebold, già collaudata nel’Ohio del 2004, è legata ai repubblicani (che preferiscono Clinton a Barack, zio Tom da consiglio d’amministrazione, ma pur sempre un nero). Società di giocolieri informatici, già si era adoperata, ed era stata smascherata, in occasione delle due false elezioni di Bush. Fortunatamente dagli Usa, sempre sul “manifesto”, ma in posizione defilata, John A. Manisco ( buon sangue non mente) ha messo le cose in una luce meno distorta e riprovevole.

A questo punto vorrei che qualcuno mi dicesse se si possa continuare a comprare – e sostenere! – l’indispensabile “manifesto”, senza provare una stenosi all’intelletto, una fitta al cuore e una stretta al portafoglio. Portafoglio che o è borghese, a tempo indeterminato, con ripieno che arriva alla fine del mese, o per “il manifesto” non serve.

Il crepuscolo dei falsari

Sarebbe questo giornalismo, militante di un Israele giustificato come si potrebbe giustificare Dracula e della Clinton che “trasforma il futuro mondiale e ci restituisce alla politica”, a doverci accompagnare e guidare fuori dalla cloaca in cui è sprofondata tutta la nostra classe politica ed economica? Un ceto politico ignorante, rozzo, incompetente, mafioso dall’A alla Z, che sputa protervo dall’alto della pila degli stipendi più alti d’Europa sui lavoratori e sulle famiglie dai redditi più bassi d’Europa. Una classe politica ai cui brandelli “il manifesto” ancora si appende, schizzando tutto quello che non rientra nell’ordine decente delle cose, sindacati di base in testa. Che peso può avere, quando si affermano simili capisaldi della circonvenzione di incapace, della fascistizzazione galoppante, della devastazione planetaria, il sopracciglio alzato sulle sedicenti sinistre, totalmente mercenarie, che applaudono ministri farabutti? Sinistre che tollerano, per il bene poltronario, la liquidazione di magistrati in odore di eversione nei confronti della corruzione, che partecipano in qualità di paggetti reggi-strascico (i dirigenti RC) al tentativo di cacciare in gola ai cittadini una legge elettorale partorita dal connubio tra finti opposti per garantirsi un potere alternato, analogo a quello del dittatore in Vaticano? Che, vero obbrobrio, partecipano col voto all’annientamento di popoli, della libertà (pacchetto sicurezza), della giustizia? Un mio amico, docente universitario a Palermo, ha fatto un bilancio dell’operato del governo Prodi che ci aveva promesso un programma di almeno vaga rettifica dello schifo berlusconiano. Ne traggo alcuni elementi e, intanto, ve ne consiglio la lettura: HYPERLINK "http://www.comedonchisciotte" www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4…

Le Grandi Opere del Centrosinistra

Si incomincia con il Bertinotti, non ancora scopertamente ruotina di scorta del tiro a due veltrusconi, che all’indomani della truffa per cui, in 48 minuti di fermo notturno delle operazioni elettorali, si passa dal 6% di vantaggio dell’Unione al testa a testa finale, è tra i primissimo a sancire la regolarità del voto (e si veda a proposito della truffa l’inconfutabile documentazione di De Aglio e Cremagnani). Si fossero denunciati i brogli e si fosse andati subito a nuove elezioni, l’Unione – e le sinistre! - avrebbero avuto ben altra agibilità governativa. Si creano le condizioni per le quali una maggioranza sull’orlo del baratro non sfiora neanche con una piuma le leggi berlusconidi dell’illegalità, dell’abuso e del massacro sociale e civile. Il che deve far sghignazzare amaramente davanti al costante sventolio della minaccia di un berlusconismo di ritorno. Intanto il “monarca dei pacifinti” si insedia sullo scranno per il quale aveva manovrato: il terzo della Repubblica. E, sotto la sua ferula, niente leggi sul conflitto d’interesse, sulla sicurezza del e sul lavoro, sui provvedimenti ad personam, su scuola, Rai, CPT da abolire, Bossi Fini, commissione d’inchiesta sulla Genova cilena (anzi il poliziotto a capo delle giornate cilene promosso ad alter ego del ministro dell’interno e poi a castigamatti di coloro che non vogliono morire avvelenati dai rifiuti di Camorra, Impregilo e Bassolino). Poi l’indulto, per restituire all’amica malavita imprenditorial-finanziaria in cui prosperano, i mascalzoni di alto bordo. Da un lato. Dall’altro, invece, pacchetti di sicurezza di quel dottore sottile quanto un manganello, per ammaestrare alla sottomissione il popolino, agitando tifosi ultrà, ubriachi al volante, pedofili come se piovesse, bambini delinquenti, baby-squillo, terroristi islamici ante et post portas e la caterva di efferatezze di cronaca nera con la quale i tg e i giornali ti stuzzicano e ti spaventano a morte e nascondono sia la decrescita statistica dei delitti contro la persona, sia gli attacchi con i quali il potere ti azzanna i movimenti di mente, gambe e parola.

Teniamo una banca

In compenso si buttano nel fosso la scuola e la sanità pubblica e si coprono d’oro scuole e cliniche private, nonchè i bubboni di cemento e mattoni del Vaticano, purchè abbiano un santino sotto il campanello, si chiamino Santa Rita, o assicurino round trip dal Grande Baro di Montalcina. Le leggi finanziarie più favorevoli ai padroni da molti decenni a questa parte, prodighe, come mai in passato, per militari (aumenti a poliziotti, carabinieri e soldati, niente ai maestri morti di fame: meglio i bravi con lo schioppo che un Renzo istruito, no?) e i loro divertissements bellici da lanzichenecchi, in aggiunta a cunei fiscali, trattamenti di fine rapporto, defiscalizzazione di straordinari ammazzacristiani. Con qualche regalìa ai sindacati che da rossi si fanno subito gialli e firmano protocolli welfare e contratti metalmeccanici per stringere un po’ di più il cappio al collo di lavoratori e cittadini. Sindacati che, invocando l’italianità della compagnia di bandiera Alitalia, resa accessibile agli amici degli amici dal terminator più pagato del mondo (Giorgio Cimoli, reduce dal disfacimento delle ferrovie), contrastano una compagnia seria come Air France, per favorire il parvenu “Air One”, occultando che lì dietro si nascondono i briganti finanziari di Goldman & Sachs, quelli di Mario Draghi. Del resto, dopo il fassinian-dalemiano “Teniamo una banca”, chi si stupisce più
dell’omologazione trafficona a sinistra? Enti di ricerca e università a bagno. Ma che fa: a Montezemolo basta piazzare milionate di scadenti e tossiche scatole di latta addosso a strade, prati e polmoni, alle quali veniamo indottrinati da slavine di spot demenziali, fianco a fianco di annunci “pubblicità progresso” che ci invitano a risparmiare energia e ambiente sennò finisce il mondo. Le grandi opere pubbliche, tralasciato il dissennato Ponte sullo Stretto, proseguono a tutto denaro pubblico, che si tratti di squarciare comunità, biotopi e montagne, o di scavare buchi affittati dalla camorra che minino alla base vacche, mozzarelle, pomodori e vite umane. E a chi vuole avere salva la vita, perlomeno dei figlioli, botte da orbi. L’inneffabile slavofobo albanese del “Manifesto”, Astrit Dakli, furoreggia contro “lo zar Putin” perché ai miserandi rivoluzionari colorati Cia di Kasparov si da qualche strattone. Vorrebbero forse rifugiarsi a Mosca tutti quei bravi cittadini, donne, ragazzi, anziani, sulle quali piovono mazzate voluttuose, come non visto neanche negli anni ’70, di sbirri bene addestrati dal quartetto De Gennaro-Scaiola, Pisanu, Amato. A fornire i manuali sono stati i parà di Derry, in Irlanda del Nord e i ricercatori del Grande Laboratorio Tsahal d’Israele.

Vicenza e le altre

Cito dal documento di cui sopra: “D’Alema (una specie di convitato di pietra di tutte le stagioni del nostro sconforto) si sbraccia a difendere il multilateralismo, come se lo stupro perpetrato da un gruppo fosse meno esecrabile di quello perpetrato da un singolo. E così, dopo aver rotto Jugoslavia e Iraq, multinazionalmente siamo andati in Libano per conto dei delocalizzatori nostrani e dei geostrateghi di USraele ed Europa, facendo gli interposi tori. A guardia e sul territorio dell’aggredito, logico, no? In Afghanistan facciamo i mercenari, in aumento per numero e mezzi sotto Prodi-Bertinotti, del multilateralismo, intendendo per tale i molti lati della macchina necrofaga occidentale. Rimane, in politica estera, qualche dignità del PdCI, che non sputa su Cuba le oscenità di “Liberazione”, anzi, riconosce le resistenze dei popoli in Medio Oriente, sostiene la battaglia antimperialista e di giustizia sociale di Chavez, pur cedendo sulla “missione di pace” in Libano e sull’aberrante teoria dei “due popoli due stati” in una Palestina che, invece, o si unisce tutta, o muore tutta. Sulla base di Vicenza, Prodi e le sue “sinistre” hanno scritto la pagina forse peggiore. L’uno a fare il duce promettendo che spezzerà le reni a chi si oppone a questo forno crematorio della pace mondiale, le altre farfugliando piacevoli vaghezze ai presidianti della base, ma defilandosi all’inglese nei momenti della resistenza di popolo. Il 9 giugno 2007, con il corteo anti-Bush e anti-valvassini, di cui si parla nel libro, gli è stata impartita una lezione memorabile, a loro che se ne stavano, più grotteschi che infingardi, in capannelli a Piazza del Popolo, circondati da una voragine politica stupidamente, ma accuratamente costruita. Hanno cercato di rimediare il 20 ottobre successivo a S. Giovanni, tirandosi dietro, con il filo di carta della speranza che non vuole morire, un sacco di brave persone. Sono bastate altre due capriole all’indietro, subito dopo, per vedere svaporare nei fumi dell’orizzonte quella folla già scintillante. Che fanno questi saltimbanchi per coprire le loro pudenda? Fanno quello di cui è mosca cocchiera “il manifesto”, danno addosso ai Cobas, nucleo organizzato, sindacale e politico, di una sinistra diffusa e la cui lucidità e il cui potenziale oggettivo sono temuti come l’ira di Achille. Per il resto è privatizzazione di tutto e, con le intercettazioni e la conservazione ad libitum dei tuoi dati privati, anche dell’anima. Scalate alle banche in tandem o in competizione, cooperative “rosse” dalle tentazioni Parmalat, inceneritori Fiat e altri a vaiolo sulla faccia del belpaese, prima che un popolo inferocito e asfissiato gli strappi dai musei pannelli solari e pale eoliche. Intanto, il sempre coerente Pietro Ingrao, dall’alto di ottant’anni di incoerenze, dice “unitevi!” ai ranocchi salterini della “sinistra” e Napolitano detta il suo mantra “unitevi!” ai due fantini, il batrace dagli occhi bianchi e le guance in dissoluzione e il cabarettista da processo, sull’unico cavallo dell’oligarchia (citazione da Gore Vidal). Fatto che succede perché è nella natura delle cose, di queste cose. Divertente quanto imbarazzante, il paggetto acchitato di cachmere che regge la coda al cavallo.

Tra zombie e licantropi, con la Spectra quadricefala (Usa, Israele, Vaticano, Mafia) che li manovra e protegge

Coerentemente il governo di “centrosinistra” di Prodi-Fassino-D’Alema-Bertinotti, all’inizio del 2008, si frantuma sotto la pioggia acida delle mastellate, delle cuffarate e dell’altamente simbolico trionfo dell’immondizia, grazie alla quale questo Stato, obbediente ai non eletti di Confindustria, UE, FMI BM, mafia e massoneria, prima distrugge territori e vite e poi massacra di botte i sopravvissuti. Il governo non aveva annullato neanche una delle leggi-vergogna del predecessore circondato da amministratori condannati per mafia e omicidio, aveva abbattuto per intero la fiera delle illusioni di un programma che, imbonitore come l’altro, aveva sventolato davanti agli elettori. In compenso aveva ridato vita, lustro e protagonismo a questo Berlusconi all’orlo della putrefazione, facendolo scegliere da Veltroni e Bertinotti a partner del futuro Stato autoritario, mentre era stato disintegrato dal dileggio planetario e dalla guerra per bande nella sua coalizione. Poi era andato alla guerra coloniale con più zelo e più mezzi di quanto, di fronte a un’opposizione di massa non ancora narcotizzata, aveva osato l’apologeta della “superiore civiltà occidentale”. Oggi le “forze speciali” del mercenariato professionale combattono e crepano trucidando afghani, pretacci terroristi a cui ovviamente bisogna impedire che occupino il nostro paese. E Valentino Parlato fornisce attenuanti e falsi scopi affermando che è la società civile che esprime questo ceto politico. Non i voti di scambio tra mafia, potentati mastellati e cuffarati, non il terrorismo della Chiesa, non le manipolazioni dei media, non la paura endemica diffusa ad arte tra cittadini ormai incapaci di distinguere il giorno dalla notte.

La vittoria della P2

Siamo più poveri di quanto non lo fossimo all’uscita dal fascismo, il 10% delle famiglie italiane possiede, come in un qualsiasi Stato banana, quasi la metà della ricchezza nazionale, due terzi dei cittadini si sbattono intorno alle bancarelle per arrivare, con doppi e tripli lavori, a nutrire i propri figli e pagare le bollette, compilate da autentici ladri, entro almeno la terza settimana del mese. 15 milioni di italiani sono sotto il livello di povertà, o lo stanno rasentando. Si suscitano guerre all’ultimo sangue tra giovani (bamboccioni), ai domiciliari forzati fino a 40 anni, e anziani (egoisti a 400 euro al mese), in modo che, oltre a lasciarsi fregare, si freghino tra di loro. I media arabi, espressione della barbarie secondo il vangelo di Giuliano Ferrara e Magdi Allam, hanno mille ragioni per schernire la nostra inciviltà. Interi partiti vengono arrestati e incriminati da residui magistrati dalla vita professionale – ma a volte anche biologica - breve. Ma che fa. I fondi che l’Europa destina a sollevare le sorti di settori in angustie finiscono nei baratti dei ras locali, o nelle tasche della più grossa organizzazione papista di servizi sociali. Quanto ai diritti umani e civili, di cui le sinistre si fanno vindici, il sindaco romano dei nani e delle ballerine, genuflesso davanti al papa, rifiuta il registro delle unioni civili, quelle unioni che non ottemperano ai dettami di chi di coppie, sesso, famiglia non sa un accidente. Ma RC rimane incollata in giunta, come con l’obliterazione dei campi nomadi, la cacciata dei rumeni. Luttazzi, un coprologo sgradevole ma con ogni diritto di ripetere con intelligenza il turpiloquio cretino che si pratica in parlamento e al telefono tra compari di rango, viene radiato peggio del Santoro bulgaro. Ci consoliamo ridendo di Padre Pio, Madre Teresa e Dalai Lama. Un’emerita industria tedesca, opportunamente delocalizzata tra i peones italiani, lascia cremare nei suoi forni sette operai. Non basta perché si emani seduta stante un pacchetto sicurezza sul lavoro, come lo si è fatto per buttare a mare tutti i rumeni. Tanto non è emergenza: ne vengono uccisi quattro al giorno. Non c’è – Telecom insegna – nostra esternazione vocale, telematica, telefonica (tabulati da conservarsi per otto anni) che non venga archiviata, a fini di futura repressione poliziesca, seguendo alla lettera il modello bushiano della totale liquidazione della privatezza dei cittadini. A quando i chip nel cervello per incriminare anche i nostri pensieri? I media “intelligenti” nostrani, da Fazio a Chiambretti, non esitano a farsi prosseneti di propagandisti del collasso etico e sociale, perfino di Dell’Utri. Gli eredi di Togliatti, Berlinguer, Natta, promuovono sistemi elettorali che farebbero la vergogna del legislatore fascista Acerbo e la gioia di Pinochet: chi turlupina un elettore più degli altri, anche se rappresenta meno di un quarto della popolazione, spazza via tutto il resto. E a chi vuole spazzare di dosso a sé e agli altri la fanghiglia tossica riversatagli dall’alto, pacchetti sicurezza, mazzate e sentenze da tribunale speciale per omicidi: galera a perdere a chi s’è fatto pestare a sangue a Genova, Firenze, Cosenza…In compenso, papisti, fascisti e sinistri corrono a Piazza S. Giovanni per universalizzare e blindare una santa famiglia, corrosa dagli acidi suoi propri e da quelli iniettatigli dalla macelleria sociale. Metà del paese, seguendo la direttrice dell’astuto sabaudo Cavour, è ridotto a serbatoio di truppe criminali a supporto del sistema e di carne da cannone dentro e fuori dal paese. E al riscatto dei responsabili di tutto questo ci pensano le pallottole in busta e le minacce ad personam di un Bin Laden resuscitato per la bisogna, come ogni volta che Bush va in crisi di consensi. Ci sarebbe da morir dal ridere, se non fosse che quella cosca di vertice che era la P2 trent’anni fa, ha lavorato bene e oggi occupa l’intera cupola dei poteri. Il suo Piano di Rinascita è bell’e realizzato. Ma chi ci pensa, ipnotizzato com’è dalle stuzzichevoli e totalizzanti divagazioni sui “grandi delitti” officiati a “Porta a Porta” e dovunque, da Cogne a Garlasco, da Erba a Perugia. Per finire in bellezza, modellati dalla scuola aziendale di Berlinguer-Moratti-Fioroni, due terzi degli studenti nelle superiori non sanno perché dalla notte si passa al giorno, un terzo pensa che Tolomeo avesse ragione. Nei paesi Ocse, l’Italia, paese di Dante e di Manzoni, in fatto di alfabetizzazione è precipitata al 36mo posto. Ma che fa, Prodi va in Afghanistan e Bertinotti in Libano per dire: Soldati italiani, siete l’orgoglio d’Italia.

Necrofori, necrofagi

Un paese dell’illegalità e dell’assassinio di massa fisico e sociale, che a perfezione si inserisce nell’incastro della guerra preventiva, globale, infinita.
Centinaia di nostri militari sono morti, o stanno morendo, uccisi dalle gerarchie politiche e militari che li hanno spediti senza protezioni in teatri all’uranio, di guerra o di esercitazioni. Decine di migliaia sono le vittime militari tra i veterani Usa delle due guerre all’Iraq. Da uno studio del governativo Centro per gli Affari dei Veterani, a Washington, risulta che il 67% dei bambini nati da veterani della Guerra del Golfo denunciano deformità genetiche e patologie gravi alla nascita: mancano gli occhi, i cervelli, gli organi genitali, orecchie, bocche, nasi, arti. Milioni di innocenti spendibili e da sfoltire nel Sud del Mondo sono stati distrutti e si lasciano dietro generazioni a non finire che nascono mostruosizzate e non vivranno mai, nel senso della vita, per quattro miliardi e mezzo di anni. L’uranio ineliminabile avanzato dalle centrali nucleari, ceduto gratuitamente ai guerrafondai, è con la droga, le bombe e la devastazione ambientale, il simbolo e il rompighiaccio di un’oligarchia criminale che, per allargarsi e togliersi dai piedi esuberi e disturbatori, si propone – nel caso migliore acconsente – l’eliminazione della maggioranza delle specie viventi. Stupefacente è che né la gente in generale, né le sinistre nello specifico, e neppure il papa, all’apparenza tanto tormentato dalle privazioni dei poveri, prestino a questa strategia di olocausto planetario l’attenzione centrale e la massima informazione-mobilitazione. Ne va di qualcosa che supera perfino i confini della lotta di classe, già di per sé obnubilata e deviata verso subordinate. Tra il 1991 e il 2003 gli Usa hanno cosparso l’Iraq di quasi cinquemila tonnellate di uranio. L’hanno scagliato su Somalia, Jugoslavia, Afghanistan. E’ stato adoperato in Libano, insieme ad altri orrori chimici ed elettromagnetici. Gli elementi radioattivi e chimici dell’uranio entrano nella catena alimentare attraverso acqua e suolo, volano col vento a distanze imprecisabili, anche se nessuno potrà mai ricondurre l’esponenziale crescita delle nostre patologie al loro probabilissimo innesco. Cernobyl sta alla diffusione militare dell’uranio 238 e 235, come il ponentino romano sta a Katrina. E, con tutto questo, il governo Usa allestisce campagne belliche che prevedono l’uso non solo di proiettili all’uranio, ma addirittura di ordigni atomici, seppure chiamati “mini” e gli ex-capi di Stato Maggiore di Gran Bretagna, Olanda, Germania e Francia, padroni della Nato, hanno pubblicato a gennaio un documento collettivo in cui si perora il riarmo atomico in vista dell’arma nucleare da adoperare contro la “proliferazione terroristica”. Nessun governante o politico li ha richiamati all’ordine, o alla sensatezza. Del resto, sono loro a comandare, a decidere strategia politiche che corrispondano ai profitti del complesso militar industriale. Nella rovina dell’economia capitalista, sempre più evidente a partire dal suo cuore statunitense, il PIL, vale a dire la ricchezza degli strati privilegiati, dipende dalle guerre, dalla costante espansione produttiva e finanziaria dell’industria militare (armi, elettronica, spazio, chimica, farmaceutica, metallurgia, sicurezza).

Uranio per ridurre la densità umana

Gli scienziati dell Uranium Medical Research Center hanno registrato nelle urine in Iraq, Afghanistan, ma anche in paesi assai lontani, livelli di radioattività anche venti volte superiori a quelli normali. Nel convegno sulle armi all’uranio, impoverito o non, tenutosi ad Amburgo nell’ottobre del 2003, scienziati di tutto il mondo hanno documentato lo spaventoso aumento di tumori e deformità alla nascita, ovunque siano state usate queste armi. Le quasi mille tonnellate allora già gettate sull’Afghanistan corrispondevano a 83.000 bombe di Nagasaki. La quantità usata sull’Iraq equivale a 250.000 bombe di Nagasaki (Università Ryukyus di Okinawa). Per aver denunciato questi orrori, una biologa irachena, Ouda Hamash, membro del Consiglio della Rivoluzione, è stata definita “Dottoressa Veleno” e imprigionata dagli Usa. L’avevo ascoltata e poi intervistata negli anni ’90 a Baghdad quando, per prima al mondo, documentò scientificamente, incontrando anche scienziati europei e veterani Usa, l’uso dell’uranio (allora negato) e i suoi effetti genocidi. Glie l’hanno fatta pagare. Nel 1989, prima delle due guerre, in un Iraq dalla sanità esemplare, le deformità alla nascita erano 11 su centomila. Nel 2001, dopo dieci anni di embargo, erano cresciute del 1000%.. Si può immaginare cosa abbiano prodotto le 4000 tonnellate di uranio del 2003. A Basra mi era occorso di visitare l’ospedale pediatrico, già privato dall’embargo di farmaci e supporti sanitari. La mortalità infantile era decuplicata, i neonati deformi, con gli organi mancanti, o spostati come in un puzzle impazzito. Non si leveranno mai più dagli occhi della mente. E non ci avevano ancora messo la denutrizione (due terzi dei minori iracheni nel 2007), il totale collasso del sistema idrico e fognario (ecatombe per diarree e dissenterie), la frenesia assassina dei marines e la pulizia etnica delle milizie di governo e filo iraniane. Per misurare la dimensione criminale di chi ci governa,pensate che, di questo passo, grazie ai vettori naturali, fra un po’ saremo irradiati e contaminati tutti.

Altri strumenti di morte di massa

Al traffico delle sostanze stupefacenti, i cui centri di produzione si trovano tutti sotto controllo Usa, ci si aspetta, oltreché profitti calcolati dell’Osservatorio Mondiale di Parigi in oltre un trilione di dollari l’anno e che entrano nel circuito finanziario ufficiale, così sostenendo i poteri esistenti, si deve attribuire un ulteriore decimazione della popolazione mondiale. Nascono e partono, sempre sotto controllo Cia, da Colombia, Afghanistan, Triangolo d’Oro, ora anche dall’Iraq dove, sotto il regime degli occupanti e dei criminali loro fantocci, al posto di fragole e verdure ora si coltivano papaveri. Attraversano corridoi fidati e controllati come i Caraibi, il Kurdistan iracheno, laTurchia, il Kosovo-Albania. Infine si riversano nel sangue di milioni di emarginati e disperati, come di giovani generazioni alla ricerca di senso, sotto forma di migliaia di tonnellate di morti psichiche o fisiche. 6000 tonnellate solo dall’Afghanistan occupato da Usa, Nato e complici signori della guerra, nel 2007, anno record, ma i primati si succedono. E’ grottesco, se non agghiacciante, che la triade papa-ceto politico-Giuliano Ferrara abbia la sfrontatezza di invocare la moratoria della pena di morte (da accoppiare subito a quella dell’aborto, grata ai baroni banditi), mentre tace e, per la parte maggiore, sostiene la pena di morte collettiva inflitta a interim popoli senza che il mondo fiati. In Iraq, secondo l’autorevole società britannica di sondaggi ORB che ha condotto ricerche con tecnici su tutto il territorio del paese, nel settembre 2007 stavamo a 1,2 milioni di vittime causate dal conflitto, dato che conferma quello di oltre 600mila nel 2005 dell’altrettanto rispettata rivista medica Lancet. Non sorprendentemente “il manifesto” senza più Chiarini prende per buoni i 35-40mila morti registrati dall’ Irak Body Count, una Ong cara al Pentagono perché elenca solo i decessi pubblicati nei media governativi. Il precedente conflitto aveva ucciso centomila iracheni. L’embargo ne ha eliminato, secondo l’ONU, un milione e mezzo. Siamo a quasi tre milioni e ci arriveremo prestissimo. E’stato fatto fuori un sesto del popolo iracheno, dato che dalla popolazione complessiva di 25 milioni tocca togliere quasi tre milioni di curdi, al sicuro nel protettorato USraeliano, i 700mila cristiani emigrati, i due milioni di profughi in Siria, Giordania e Libano. Come se all’Italia fossero stati ammazzati quasi dieci milioni di cittadini.

Il contributo necrogeno degli agro combustibili e del lavoro

A far smagrire l’umanità in eccesso ci penseranno anche gli agrocombustibili, che “il manifesto” insiste a chiamare “biocombustibili”, anche se il brasiliano Frei Betto correttamente li chiama necrocombustibili. Lo sciagurato accordo tra la speranza spenta Lula e l’obbrobrio confermato Bush è destinata a incrementare non solo la deforestazione dell’Amazzonia che ci fa respirare (già una Francia e un’Italia combinate sono andate), ma il numero dei morti di fame nel mondo, da un miliardo oggi a quattro miliardi domani. Se i piani per la produzione di etanolo da soia, canna, grano, mais, verranno attuati, si toglierà all’alimentazione umana, a vantaggio di quella delle già necrogene automobili, un abbondante terzo del terreno coltivato. Visto che la deforestazione a scopo di pascolo e legname va aumentando a ritmi vertiginosi, le industrie del legno faranno superprofitti, i ricchi mangeranno più carne (che gotta li colga!) e una gran fetta di popolazione umana si toglierà dai coglioni.

8000 morti sul lavoro dal 2001 al 2006, da tre a quattro al giorno, con la regolarità del pendolo. Si esagera dicendo che anche l’ininterrotta e immutata cadenza delle morti sul lavoro non sia effetto solo di colposa negligenza e di disprezzo della vita di sottoposti, ma che corrisponda a una precisa pianificazione di eliminazione di esuberi? Non sarà lucida intenzione del singolo Krupp di turno, ma l’indifferenza e la non messa in opera di misure di salvaguardia dell’incolumità rappresentano un assalto alla vita del lavoratore che a me non pare tanto distante da quello che i colonialisti compiono contro popoli inferiori da rimuovere. Che si tratti di città da radere al suolo come Falluja, di popolazioni da estinguere nella fame, nella sete e nelle stragi a casaccio, come a Gaza, di quartieri proletari e neri da annegare e poi restaurare alla speculazione come a New Orleans (dove fecero saltare gli argini a protezione dei quartieri neri: migliaia uccisi, duecentomila dispersi, 7 scuole pubbliche dove ce n’erano 123, 31 private al posto di 7), di operaie da stroncare nelle maquiladoras messicane delle multinazionali, di emarginati da far scomparire nella favelas, lontano da Copacabana. Quando le borghesie capitaliste e colonialiste occidentali prendono possesso di un paese, l’immediato obiettivo è quello di renderlo una fonte di arricchimento legale e criminale e uno strumento di morte. A questa bisogna servono l’impoverimento fino all’inedia, la distruzione delle infrastrutture alimentari (agricoltura, foreste, acqua) e igieniche, la droga, il traffico di donne, bambini, organi, forza lavoro schiavista. Pensiamo a quella fogna in cui è stato trasformato il Kosovo da Ong, Nato e basi Usa. Pensiamo all’America Latina dove, fatte salve le grandiose innovazioni in Venezuela, Bolivia e Ecuador, la denutrizione colpisce 52, 4 milioni di persone, il 10% della popolazione. Con la malnutrizione si arriva a metà. In Brasile, ma anche in Messico, Perù, Colombia, Centroamerica, il dilagare delle colture di necrocombustibili ha portato al passaggio dal lavoro ipersfruttato al lavoro schiavistico. Nel solo Stato brasiliano di Minas Gerais, in meno di quattro anni sono stati piantati 300mila ettari di canna da zucchero, sostituendo foreste e coltivazioni agricole. Grazie all’imperversare di questi combustibili, in mezz’ anno abbiamo visto il costo dei viveri salire a livelli inaccessibili anche in Occidente: pane + 12,4%, cereali + 8%, pasta + 8%, formaggi e uova + 4,8%, frutta + 5%. Ed è solo l’inizio. Nel mondo, e qui in Italia siamo al vertice, ci sono quasi un miliardo di auto. Quante quelli che stanno morendo di fame. Bush, Lula, il capitalismo mondiale hanno deciso di nutrire le prime e di moltiplicare i secondi fino a che scompaiano: spazio alle macchine, mica agli esseri viventi, specie se sono in eccesso quanto a forza lavoro, non consumano, epperò mangiano. La deforestazione in Sud America, Africa, Indonesia, garantisce un’accelerazione del cambiamento climatico che seminerà milioni di morti, oltre a ondate bibliche di migranti votati alla repressione e all’emarginazione ovunque arrivino. Pensate al decreto espulsioni di Veltronussolini. Intanto le stragi africane da fame, epidemie, mancanza di igiene, vengono attribuite all’Aids e, dunque, alle colpevoli irregolarità sessuali dei primitivi. Il papa agita il ditino e noi ci sentiamo orgogliosi ribelli a raccomandare il profilattico.

La portata dell”umanicidio”

L’intero sistema capitalistico sta precipitando verso una crisi rispetto alla quale quella del ’29 appare un’increspatura, alla faccia dei milioni di morti che già quella è costata. La polverizzazione industriale, che ormai risparmia solo i giganteschi produttori di morte militare e il circuito del banditismo finanziario ufficiale e illegale, contribuirà fortemente alla riduzione della densità umana. Nel sistema finanziario mondiale ogni banca può moltiplicare il proprio credito e usarlo in operazioni che travolgono l’economia reale, oppure la possono soffocare. Il successo è dato dal tasso di profitto, comunque conseguito. Intanto imprese, settori industriali, paesi interi dipendono dal credito internazionale, deciso da pochi operatori, legati tra loro da patti che rimangono segreti, come se le popolazioni non avessero il diritto di sapere. Quelle popolazioni che saranno poi tenute a pagare in termini di minori consumi e maggiore povertà, disoccupazione, fame, malattie, morte, per i delitti e i giochi segreti dei banchieri (Galapagos). E’ questo il mondo in cui, dei tre miliardi di lavoratori (40% donne, altro che Luxuria), mezzo miliardo guadagna meno di un dollaro e quasi un miliardo e mezzo è sotto i due dollari. E’ questo forzatamente il mondo in cui ogni giorno muoiono 26mila bambini sotto i cinque anni e quasi 10 milioni l’anno per fame, malattie e guerre (Unicef). Non si uccidono così anche i cavalli? Nell’Afghanistan “liberato” dai Taliban si ha una mortalità infantile di 257 su mille. Prima era di 60 su mille. Nel mondo la media è di 72, a Cuba, primato assoluto, si è scesi a 5,3. Questa sottrazione di vite al mantello nero con la falce dà la misura dell’assedio Usa alla vita. Si strepita sull’urgenza di cambiare produzione e stile di vita per non annegare e arrostire tutti fra vent’anni, ma se non rottamiamo macchine siamo nessuno e se non prendiamo il caffè sotto il “fungo”, non sappiamo vivere. Non c’è più bar, pub, ristorante che non ci voglia far stare ai tavolini fuori, anche a 10° sottozero, appunto sotto il “fungo” a gas. In piena emergenza climatica siamo arrivati a scaldare anche l’aria, laddove nel Sud del mondo, gelato tra deserti e ghiacci, non si possono riscaldare neanche le case. In Inghilterra ce ne sono 630mila e sparano ulteriori 140mila tonnellate di C02 all’anno. Da noi si vedono, ma non ci si pensa, il Ministero dell’ambiente ha altre gatte da pelare. In un’ora, quell’ aggeggio idiota consuma quanto una macchina in 25 km. Da noi a sfoltire la plebaglia del Sud ci pensano, in società con la camorra, il complesso politico-industriale del commercio e dell’avvelenamento da rifiuti: genocidio da economicidio ed ecocidio. Se non è strategia di sfoltimento questa!

Suharto, un modello sempre valido

In casi che si prestano si ricorre al metodo diretto. Un castigamatti al servizio dell’imperialismo sfoltimondo, che intervenga con drasticità in cambio di vitalizi di potere e ruberie. Insieme ai generali vietnamiti come Diem o Cao Ky, a quelli argentini, a Pinochet, ai dittatori Cia del Sudamerica in genere, è un classico esempio il generale Suharto di Indonesia, cui gli Usa nel 1965 garantirono copertura e impunità (più un regno assoluto trentennale) nell’eliminazione di un milione di comunisti indonesiani che rischiavano di trascinare il paese verso il campo nemico e di negargli il ruolo di anello nell’assedio Usa all’Asia Orientale. Marina Forti, altra dama del “manifesto”, e il chierico Emanuele Giordana, “Lettera 22”, che su quel giornale insiste a rifilarci la “società civile”(cioè borghese, saprofita, collaborazionista) asiatica con le sue Ong , sono riusciti a riempire una pagina del quotidiano senza far riferimento, neanche di sfuggita, al padrinato statunitense sul dittatore e sul suo arcipelago strategico (petrolio, legname, basi). Deprimentemente meglio “la Repubblica”.

L’epitome della strategia capitalista di riduzione della popolazione mondiale sono gli attuali scenari di guerra: Iraq su tutti, Palestina, Afghanistan, ognuno col suo Suharto, che si chiami Al Maliki, Mahmud Abbas, o Karzai. Truffaldina è la conta dei morti mercenari, dell’esercito o privati, taciuta o ridicolmente ridotta quella delle vittime civili, gonfiata quella dei resistenti, pervicacemente ignorata quella degli effetti letali sulla salute e vita delle popolazioni. In Palestina non si fanno somme: come quella dei cinquemila palestinesi ammazzati dall’inizio dell‘Intifada e delle migliaia destinati a estinguersi nel più criminale meccanismo di privazioni visto da Auschwitz in qua. E per 30 dollari la ditta israeliana Magen Yehuda vi fa fare un tour dell’omicidio in cui assassini veterani insegnano ad appassionati dai 7 anni in su come si spara a un palestinese. Viva, dunque, sia il coraggio e la determinazione di Hamas che, stupendo il mondo, ha fatto saltare uno dei muri sionisti, dando al popolo di Gaza alcuni giorni di libertà e ribadendo, contro l’infame complicità dei boss di Fatah, la validità della resistenza. E viva anche l’unico contributo possibile del mondo: il boicottaggio di Israele, stigmatizzato dalla lobby ebraica capeggiata da Valentino Parlato. In Iraq, situazione più tragica e più oscenamente ignorata da tutti, sinistre comprese, a inizio 2008 vengono uccisi, grazie anche a un aumento di 500 volte rispetto all’anno prima delle incursioni aeree, una media di 50 cittadini al giorno, in parte torturati e liquidati, dalle bande “di Stato” di obbedienza iraniana. La Resistenza, rifattasi sotto dopo i mesi di allentamento a fine 2007, dovuti alla riduzione dei pattugliamenti Usa e alla corruzione di alcuni capitribù sunniti pagati per costituire i collaborazionisti cosiddetti “Consigli del risveglio” (e subito decimati dalla Resistenza), all’inizio del 2008 torna a eliminare una media di tre occupanti (ammessi) al giorno. In Afghanistan, dei bilanci di villaggi rasi al suolo dall’alto non si sa praticamente nulla. In compenso gli analisti occidentali assegnano al controllo della Resistenza il 52% del paese e la sua presenza nei due terzi.

Ma la guerra al terrorismo c’è?

Tutto questo va, e viene giustificato, sotto la denominazione di “guerra al terrorismo”, partorita dal solito terrorismo di Stato dell’11/9. Vediamo in Tv e compiangiamo le vittime di una dissennata lotta armata, come raccontate dai figli Mario Calabresi, Benedetta Tobagi, Marco Alessandrini, che rivendicano punizioni senza fine ai responsabili. Avete mai visto in Tv i famigliari delle decine di ragazzi uccisi dalle “forze dell’ordine”, in risposta al movimento di liberazione degli anni 60-70? Vi hanno detto quanti sono? Hanno potuto chiedere giustizia e risarcimenti? Quanti morti ha fatto la “guerra al terrorismo” e quanti il “terrorismo”? Dov’è la sinistra che ha decostruito il paradigma grazie al quale un colonialismo e una lotta di classe unilaterale stanno sterminando popoli, rapinano risorse, si appropriano e distruggono beni comuni e tornano a imporre un effettivo schiavismo ai subordinati del mondo? Stiamo assistendo a una guerra globale interciviltà senza campi di battaglia e senza confini, mascherata da rimozione dei Taliban e di un Al Qaida, paradossalmente onnipresente e onnipotente, a dispetto della massima coalizione militare e di intelligence di tutti i tempi. Un’organizzazione virtuale, ma il cui logo viene appiccicato a qualsiasi cosa si muova in controtendenza al dominio imperialista assoluto. Per mantenerci nella nostra sciagurata indifferenza e ostilità rispetto a popoli combattenti che rappresentano l’ultima, auspicabilmente la nuova, trincea della giustizia e della libertà, si dà a tutti, dall’Iraq all’America Latina, dall’Afghanistan all’Europa, l’infamante nome di Al Qaida. Sigla che sarà pure stata assunta da qualche gruppo di illusi manipolati, ma che rimane tutta di origine e utilizzo anglo-euro-israelo-statunitense. Basterebbe ricordare il ruolo di Osama bin Laden, per conto degli Usa, contro i sovietici, contro i serbi, contro gli afghani (che avevano offerto, prima dell’attacco Usa, di consegnarlo purchè si fornissero le prove delle sue responsabilità), contro il Sudan, che, pure, lo aveva invano offerto a Washington nel 1998. Il terrore è un mezzo per perseguire fini politici e uno strumento di lotta. Che senso ha muovere guerra a un mezzo e a uno strumento? E se il terrore punta all’intimidazione politica e al consenso minacciando o utilizzando la violenza contro civili, non sono forse gli Usa, Israele e i loro alleati a fare proprio questo con le guerre “shock and awe” (colpisci e terrorizza), le bombe sugli abitati, le armi proibite, gli assassini mirati, le punizioni collettive, gli squadroni della morte, il sequestro e la tortura?

Religione, ideologia di guerra e dominio

Quando si dice che papa Ratzinger, non meno di quanto abbia fatto il predecessore Woytila, ma il polacco con più diplomazia e charme, ci sta riportando al Medioevo, non si gonfia in iperbole una strategia di fatto. Si descrive secca secca la realtà. Del resto, non è forse che a forza di panzane, ricatti morali e spietata repressione che da 2000 anni questa Chiesa, sempre più arida di fede, sempre più enfia di ubbie e negromanzie, garantisce a sé e ai suoi partner politici la coesione degli alloccati che stanno sotto? Se, con il concorso di Bertinotti (spirale guerra-terrorismo), Veltroni, Berlusconi, le elites dominanti che esprimono i Bush, i Gordon Brown, i Tony Blair, i Sarkozy, hanno inteso offuscare e rimuovere il concetto di lotta di classe per convogliare i loro oppressi e sfruttati nello scontro di civiltà contro popoli oppressi e sfruttati, il corollario ideologico è fornito dalla religione. Qualunque religione, come interpretata e utilizzata dai padroni, con il monarca assoluto del Vaticano in testa. Come ai tempi dell’impero, delle conquista del nuovo mondo, del feudalesimo, del colonialismo e dello Stato borghese, del fascismo. I protagonisti dello scontro epocale cui assistiamo non sono i poveri, i ricchi, i fuoriquota, i padroni, i lavoratori. Inseriti nel calderone terroristico, si agitano e si combattono – o piuttosto si fanno combattere, auspicando che si facciano a pezzi - militanti cristiani evangelici e cattolici creazionisti contro laici, sunniti e sciti, buddisti, musulmani, indù e cristiani, ayatollah ed ebrei, il Dalai Lama e i contrapposti guru indiani, i Kikuyu cristiani e i Luo che vogliano tornare alle origini.

E’ una conflittualità sanguinosa, sterminatrice, ma artefatta. Si devia dalla scontro naturale, fisiologico, necessitato, storico, tra haves and havenots (chi ha e chi non ha), si salvaguarda il potere esistente e si fa in modo che gli altri si sbranino tra di loro. E’ da sempre lo strumento della conquista, della divisione, del colonialismo. Ma è di più. Con la supremazia ontologica ed escatologica delle religioni si torna a imporre la superstizione al posto della ragione conquistata faticosamente, contro roghi e eccidi, secoli fa. E con la superstizione che obnubila la visione della realtà, del vero e del possibile, si ricostituisce anche il dominio assoluto che si vanta disceso da verità rivelate, indiscutibili a scanso di iconoclastia, emananti dall’Assoluto. Di cui evidentemente l’autorità costituita è interprete e impositrice. Con strumenti della superstizione-repressione, quali la sacralità della famiglia codificata una volta per tutte, con il recupero del dominio totalitario su sessualità, accoppiamento, procreazione, nascita e morte, si tolgono di mezzo i diritti al libero arbitrio, alla libertà di scelta, all’uscita dal seminato. Walter Veltrussolini è l’uomo dell’esclusione bipartitica delle frange dissidenti e dello Stato di polizia travestito da presidenzialismo. Non per nulla gli occorre il quadro ideologico della religione “rivelata” e della Chiesa trionfante. Nell’era in cui le oligarchie credono di aver bisogno del ristabilimento del principio, verticale, tirannico, di gerarchia, le religioni, in particolare quelle intolleranti e fondamentaliste, cattolicesimo in testa, forniscono gli strumenti per la guerra globale e infinita e per la riduzione in schiavitù dei subalterni. Si consacra il rapporto uomo-caporale. Ahamedinejad e i neo-teo-con faranno finta di accapigliarsi, il papa sbertuccerà l’Islam, il gioco concordato provocherà pure qualche sbavatura, qualche scontro vero, ma c’è un filo che unisce questi rappresentanti della trascendenza in un interesse, in un disegno antiumano comune. Alro che “oppio dei popoli”. Dei popoli la religione è l’acido lisergico, una roba che propone lucciole per lanterne, mentre è la coca per i potenti.

Integralismi allo sbaraglio

La duplicità tra apparenza e sostanza si è manifestata in termini addirittura grotteschi in occasione del tour di Bush in Medioriente all’inizio del 2008. Data a Israele l’ennesima via libera alla liquidazione dei palestinesi, il presidente Usa ha preteso nelle varie capitali degli arabi vassalli di creare un fronte contro l’Iran, da lui definito “massimo promotore mondiale del terrorismo”. Oltre a riequilibrare un po’ il sorpasso persiano nella spartizione dell’Iraq, l’operazione, del tutto propagandistica, serviva a rinfocolare il mantra della guerra al terrorismo e dello scontro di civiltà, tanto necessario alla eliminazione degli spazi di democrazia in Occidente e alla lubrificazione della macchina militar-industriale. Non erano passati che pochi giorni che l’intero pollaio mediorientale rettificava l’assunto e rimetteva le cose nel giusto ordine: il governo fantoccio di Baghdad e i paesi del Golfo invitavano a casa loro, con cordialità, il presidente iraniano, appena reduce dal suo primo coccolatissimo pellegrinaggio alla Mecca, Condoleezza Rice si vestiva da soubrette per ammansire diplomaticamente Tehran. L’Egitto apriva addirittura al ristabilimento delle relazioni diplomatiche. Si tratta di paesi nei quali, notoriamente, non si muove foglia senza che il padrino di Washington non voglia. Altro che coalizione per la guerra all’Iran messa in piedi da Bush. C’è poco da ciurlare nel manico.

Svegliati, amore

Svegliati, amore, la situazione non è buona. Anzi, è molto peggio di come ce la presentano le cosiddette sinistre politiche e mediatiche. E finché non ne prendiamo atto, combattiamo con il braccio legato alla schiena Eccoci qua, a sessant’anni dalla Costituzione e, più strappacuore, a quarant’anni dalla rivolta sociale e generazionale del ’68, a poche ore dal vomito rigettato su quegli anni dagli scampati di Palazzo, soprattutto da quelli “recuperati”, come Ferrara, l’enfio e spampanato Liguori, Riotta che scimmiotta i conduttori Usa, il vivandiere d’armata Sofri, perennemente spaventati dal potenziale di forza delle masse, a dispetto di calmieratori come i capi delle nostra “sinistre”. Gli abbiamo messo addosso una paura che ancora oggi gli deforma le facce: guardate Veltroni, Fassino…I sensi di colpa, per quanto sepolti sotto montagne di dollari e broccati da cerimonia, ti corrodono senza che te ne accorgi. Eravamo laici, anticonformisti, ribelli, comunisti, innamorati gli uni degli altri, della vita, del futuro. Avevamo venti, trent’anni, anni spumeggianti di idee coraggio, disposti a ogni sacrificio, straboccanti di musica fatta e cantata, non solo ascoltata, il privato era pubblico. Oggi siamo appena a cinquanta, sessanta, neanche tanto vecchi da non rifare tutto, magari meglio, ma molti quanto invecchiati! Addirittura, se guardiamo ai convertiti, putrefatti. Io quella vicenda l’ho vissuta tra Boulevard S. Michel, la valle del Giordano insieme ai Fedajin di Hawatmeh e del mai dimenticato e sempre rimpianto George Habash, le casupole da fiammiferi di Belfast e Derry, la savana dell’Eritrea in lotta di liberazione, il Vietnam, la Sapienza, Piazza Cavour, Bologna. Inestimabili e assolutamente da ritrovare le intuizioni e i contenuti di allora. Uscivamo, a forza di Bee-Bee-Berlinguer, dal riformismo di Togliatti e di una burocrazia a rischio – realizzato – di corruzione e integrazione, che effettuava la “lunga marcia attraverso le istituzioni”, perdendo a ogni passaggio un pezzo di forza, integrità, pulizia, etica. Fino a D’Alema, fino a Fassino, Veltroni, Napolitano, Bertinotti. Scoprimmo che ci avevano incastrato in una scala gerarchica senza pioli, ma con in cima monarchi e preti. Liberammo i corpi e l’anima dai ceppi e cappi dell’antisessualità. Scoprimmo, soprattutto con Lotta Continua, che accanto agli operai, non ancora normalizzati, c’erano fasce escluse o lobotomizzate, soggetti di giusta e forte potenzialità politica: i carcerati, i militari di leva, i poliziotti e, alla grande, un popolo dimenticato, formicolante nelle periferie, i senza servizi sociali, i rincoglioniti nelle scuole di classe, i senza casa, i senza lavoro, i senza felicità, il Sud, quelli che già paventavano il collasso della biosfera, gli antiguerra vincenti di Comiso (da rifare a Vicenza), le donne non ingabbiate da manipolazioni ginocratiche, speculari a quelle patriarcali, i bambini, gli scugnizzi, i senza sindacato passati da Enna alle acciaierie della Ruhr. Vennero i Consigli di fabbrica a mettere in riga i gialli, le gigantesche conquiste dei lavoratori in termine di salute, ambiente, salario, diritti, “sapere alto” (le “150 ore”), vennero gli organi collegiali, tutto strappato a forza di scontri di piazza, scioperi, occupazioni, comunicazione intelligente e vera.Che onore, aver fatto il direttore di quel giornale, “Lotta Continua”, con nella testata le vittoriose barricate di Parma nel ’22. I ragazzi Provisional dell’Ira erano molto cattolici, ma stavamo incondizionatamente con la loro lotta contro il nemico principale. Oggi chi sta con i guerriglieri islamici? “La resistenza irachena non ci parla”, sentenziò un fesso di RC.

Grazie alle BR, ma prima ancora, grazie alle stragi dello Stato Cia-P2, alla collusione-collisione tra PC e DC, Confindustria e Sindacato (un po’ come tra Usa e Iran), fummo fregati, neutralizzati, incarcerati, espulsi, uccisi. Alcuni suicidi, alcuni passati al nemico e retribuiti con poltronissime nei media e altrove, molti appassiti nella rassegnazione. La situazione non è buona: il Vietnam, vittorioso sul campo e che s’è venduto la vittoria, la Jugoslavia in pezzi miserandi, l’Irlanda del Nord cogestita da proconsoli coloniali e combattenti della riunificazione che hanno indossato cravatta e “realismo”, le nostre sinistre… ne abbiamo parlato abbastanza e ci fanno anche un po’ nausea. In Palestina, Iraq e Afghanistan una resistenza eroica e indomabile non ci compensa delle mostruosità inflitte a quei popoli. La situazione non è buona.

One solution, revolution!

Ma le guerre gli strateghi dello sterminio le stanno perdendo inesorabilmente. Se quei resistenti, ovunque all’offensiva, potessero animarci a casa nostra come ci animarono i Vietcong e i fedayin! E, con orgoglio, i nostri partigiani. La Russia si è rimessa in piedi, ha riacquistato dignità alla faccia dei detrattori sinistri che echeggiano le parole d’odio e di paura dei padroni d’Occidente. Non è il socialismo, ma è la fine delle ruberie, della sottomissione, dello spadroneggiare dei predatori occidentali. Ed è il requilibrio geostrategico, quello che per mezzo secolo ci ha preservato dallo scatenarsi dei signori della guerra Usa. Non è poco, in difesa della vita. E’ una crisi, forse terminale, del sistema che ci ha portato all’orlo dell’apocalisse. E’ lo spuntare all’orizzonte di uno scontro tra potenze discendenti e potenze ascendenti che, come sempre nella storia, da Roma dei Barbari al ’17 dell’Ottobre, ha aperto la strada a sconvolgimenti epocali. Si tratta di farcisi valere. Come sta avvenendo in America Latina, intero continente in un sisma guidato da rivoluzionari. Difficile oggi? Era più difficile per guerriglieri cubani che, in poche dozzine, avevano di fronte una dittatura armata fino ai denti e tutti gli Stati Uniti? Era più difficile per i paesi sudamericani che fino a ieri avevano sul collo il giogo più pesante della loro storia? E’ più difficile in Iraq, dove basta attraversare la strada per essere fulminati da un videogiochista di Dallas, dove si buttano in carcere le donne e i figli perché rivelino cosa fanno i loro mariti e padri, dove agli angoli ti aspetta il fanatico al servizio dell’Iran per trapanarti il cranio? E’ più difficile a Gaza dove, con l’ultima pagnotta lontana dalla pancia, l’ultimo lavoro perso nella polvere degli anni vanificati dai traditori, l’ultimo salario dimenticato, l’ultimo farmaco scomparso, l’ultima incubatrice spenta, il popolo si alza in piedi, rompe il muro e corre? Li richiuderanno, ma quei giorni all’aperto hanno fornito ossigeno per un altro bel po’ di lotta. Il pendolo va avanti e indietro. Poi torna avanti. In fondo al tunnel più lungo lumeggia qualcosa. Siamo fortissimi, oltre l’80% della specie umana. Tutti bassotti. C’è chi può dire che, alla vista di quanto emerge da queste pagine, che le cose non stiano così? Che ci sia altra soluzione che la rivoluzione?

Fulvio Grimaldi

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