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Eric Hobsbawm

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(11 Ottobre 2012) Enzo Apicella

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QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO .... di luglio

una fotografia neanche troppo cinica del reale

(13 Luglio 2016)

Sabato 9 luglio scorso abbiamo partecipato ad una bella iniziativa/sciopero davanti all' Esselunga di via Washington dove dei lavoratori provenienti dal Centro Africa, organizzati nel Si Cobas, hanno dato vita ad un presidio di protesta contro una condizione di sfruttamento inaudito. Stiamo parlando di lavoratori che percepiscono un salario di circa 900 euro al mese, con un orario di lavoro anche di 12 ore al giorno.

Ci interessa però poco ora far girare un'informazione specifica su questa lotta/vertenza per la quale si sta comunque aprendo uno spiraglio con un incontro in prefettura proprio grazie alla bella iniziativa di sabato molto comunicativa, determinata e "rumorosa" (slogan ininterrotti per più di 2 ore con il sottofondo di tamburi africani).

Ci interessa invece sottolineare quanto queste iniziative siano belle e importanti e rappresentino tanti piccoli pezzi di un conflitto che una prospettiva politica anticapitalista dovrebbe essere in grado ricomporre e di indirizzare verso una trasformazione rivoluzionaria di ciò che ci circonda. Piccoli pezzi di conflitto che rendono protagonisti i lavoratori e i proletari, certamente e oggettivamente ancora classe in sé senza la coscienza soggettiva del proprio ruolo storicamente determinato, ma già immediatamente in grado di capire, se sollecitati, che la solidarietà e la lotta sono l'unico strumento per modificare le loro e le nostre vite.

Un'altra piccola ennesima indicazione di ritorno al conflitto vero, un conflitto che attraversa il corpo di un proletariato reale e tangibile con tutte le contraddizioni che ciò comporta. Abbandonando l'immagine edulcorata e idealista o populista ("hanno ragione in quanto tali") di chi i proletari li esalta o li giudica paternalisticamente a prescindere. Esaltando magari una fotografia di rabbia senza mai porsi, e men che meno assumersi, la responsabilità di provare a creare alternative o dare prospettive politiche alle lotte.
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Uno scontro reale dove si vince o si perde perchè in gioco c'è la vita e la possibilità di un futuro per un corpo reale di proletari, e non ci si potrebbe permettere di sbagliare perché quando accade (e accade) la sofferenza è reale, perchè quando accade non si può dire (come accade in altri “ambienti”) … abbiamo sottovalutato il problema, l'iniziativa ci è scappata di mano, il gioco è finito rincominciamo da capo in un pseudo-radicale eterno infantilismo politico.

Uno scontro reale dove in ballo non ci sono solo i sogni frustrati degli "attivisti" (di militanti politici comunisti non è più di moda parlare) con le loro "fantasie" (il termine sogno è troppo bello per sprecarlo), il loro parlarsi addosso, i loro fuochi di paglia pronti a ritornare nei ranghi quando la repressione si fa un pò cattiva, pronti a dividersi in base a "presupposti" che di basi teoriche ne hanno ben poche, in un'eterna autorappresentazione per dimostrare al mondo (o ai media ???) che c'è qualcuno che lotta ... ma sui social network son tutti profeti.

E intanto intorno a noi si sgretolano giorno per giorno diritti, si sparge a piene mani precarietà e individualismo, e l'impotenza porta ad un pacifismo compatibile alla ricerca di appoggi e sostegno in una sinistra istituzionale o para istituzionale ormai spazzata dalla storia (meno male) o al contrario a far sembrare che il rabbioso di turno che urla più forte sia più determinato perchè promette scontri epici contro il capitale.

E così, in questo processo di autocentramento, si è persa la misura e si sono smarriti i parametri del “che fare”, la capacità di dare organizzazione alle proposte politiche, di dare organicità e intelligenza politica alla rabbia che vediamo davanti ai cancelli, o in piazza come sabato scorso. Senza coltivare la rabbiosità o la protesta contro la "casta" che ha portato all'espandersi di un movimento interclassista e generalmente reazionario come i 5 stelle ora e i forconi prima.
Senza più correre dietro agli aspetti fenomenologici delle contraddizioni ma con un occhio più attento a macinare e costruire prassi da cui far derivare una teoria da rimettere e riverificare nella prassi di un lavoro di massa costante, oscuro, molte volte sotto traccia, come unica speranza di una trasformazione della società in senso rivoluzionario.
A qualcuno questa "narrazione" potrà non piacere e giudicarla "superata", ma sinceramente ce ne fottiamo e lo invitiamo a girarsi da un'altra parte o se magari avesse voglia di utilizzare meglio il suo tempo lo invitiamo a rendersi utile nelle lotte e per le lotte, piuttosto che annebbiarsi il cervello su facebook o altri meccanismi e dispositivi di irregimentazione sociale perché la classe ha bisogno, ora più che mai, di un immaginario di società comunista senza più sfruttati né sfruttatori che non sia solo una lontana utopia, ma qualcosa di reale da poter verificare nelle lotte e nelle prospettive che le lotte si danno.

L'invito chiaro trasparente ed esplicito è quindi ad esserci nelle lotte, senza la retorica paracristiana di qualche miope “profeta” che scambia lucciole per lanterne o scioperi radicali per scintille rivoluzionarie, senza mitizzazioni di una classe purtroppo molte volte soggiogata culturalmente ad un modello di vita e di consumismo indotto dagli interessi del capitalismo, rifiutando ogni forma di “rottamazione” di un'analisi di classe considerata poco “moderna”, ma esserci perché è l'unico modo che abbiamo perché qualcosa cambi a partire dalla formazione stessa di militanti in grado di interpretare correttamente il presente.
Con la speranza che da settembre qualcosa cambi, con il contributo di tutti e tutte

i compagni e le compagne del Csa Vittoria

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