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India: Una manifestazione di operai e contadini contenuta ancora dai falsi comunisti

Da "Il Partito Comunista" N. 391 - Settembre-Ottobre 2018

(18 Novembre 2018)

Il 10 settembre si è tenuto uno “Bharat Band”, uno sciopero generale, che prevede anche il coinvolgimento di classi non salariate, guidato dal partito del Congresso, oggi all’opposizione, e da altri ventidue partiti, compresi i sedicenti partiti comunisti e dai sindacati a loro legati. In India ogni partito controlla diversi sindacati.

In alcuni Stati dove governano i partiti dell’opposizione (Karnataka, West Bengal, Orissa, Tamil Nadu, Andhra Pradesh, Telangana) l’adesione è stata quasi totale. Il blocco dei trasporti ha paralizzato numerose città. A Nuova Delhi, Pune, Patna e Bharuch si sono registrati scontri.

I sindacati accusano il governo di essere incapace a contenere la crescita dei prezzi, in particolare dei combustibili, aumentati del 15% nell’ultimo anno, e i partiti all’opposizione denunciano la caduta della rupia, la moneta indiana, rispetto al dollaro. Esponenti del governo, invece, hanno dichiarato che lo sciopero sarebbe solo una strumentalizzazione degli oppositori e non avrebbe alcun obiettivo, individuando le causa dell’aumento del prezzo del petrolio in fattori esterni: la crisi dei mercati globali e della Turchia, che avrebbe colpito paesi emergenti come quello indiano.

Sembrerebbe quindi uno sciopero con un carattere più politico che sindacale, indetto e diretto da fazioni borghesi in lotta tra di loro, ma in realtà unite contro i lavoratori. Rahul Gandhi, infatti, l’attuale leader del partito del Congresso ha definito in questa occasione molto positiva l’unità di tutte le forze di opposizione accusando il partito di governo il BJP (Bharatiya Janata Party) di diffondere odio e divisione nella nazione.

Ma, se questo sciopero può esser stato diretto dall’alto, e a vantaggio delle opposizioni parlamentari, e in particolare del Partito del Congresso, questo non toglie che i lavoratori salariati e tutte le classi sfruttate della società indiana, che versano in condizioni disastrose, tendevano già di per sé verso una qualche forma di mobilitazione, che forse minacciavano anche di intraprendere.

Infatti pochi giorni prima, il 5 settembre, oltre centomila manifestanti, in maggioranza contadini, hanno marciato a Delhi guidati dai partiti “comunisti” tra cui il Partito Comunista d’India (CPI) ed il Partito Comunista d’India marxista (CPIm) e dai sindacati loro affiliati, lo All Indian Kisan Sabha (AIKS, Associazione dei Contadini Indiani), il Centro dei Sindacati Indiani (CITU) e il Sindacato dei Lavoratori Agricoli dell’India (AIAWU).

I lavoratori, oltre a richiedere la cancellazione della riforma del lavoro dell’attuale governo Modi, scandivano slogan per ottenere aumenti salariali, parità di salario per tutti i lavoratori, ma anche rivendicazioni “sociali” come la riduzione generale dei prezzi ed istruzione, alloggio e sanità gratis per tutti.

Le condizioni di vita e di lavoro della stragrande maggioranza dei lavoratori indiani sono al limite della sopravvivenza. Basti pensare che i primi di agosto quasi mezzo milione di lavoratori delle 370 piantagioni di tè nella regione di Darjeeling sono entrati in sciopero chiedendo un aumento salariale di 50 centesimi di dollaro al giorno, avendo un salario minimo giornaliero di 169 rupie, 2,46 dollari!

Il 10 settembre a Ehi, Tapan Sen, l’attuale segretario del sindacato CITU, ha dichiarato che «il vero nemico è la politica neoliberista». L’unità dei salariati e dei contadini poveri in lotta è il cardine per una reale difesa dei lavoratori indiani dagli attacchi di borghesi e fondiari. Occorre però aver chiaro che il nemico non è solo il governo Modi, o il cattivo capitalismo “liberista”, ma il sistema capitalistico in sé, che impera nel mondo dettando le leggi ai governi di ogni colore, capitalismo che trova i suoi migliori difensori nei partiti della sua falsa opposizione.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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