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    (Lotte operaie nella crisi)

    IN KAZAKISTAN LA CLASSE OPERAIA HA DIMOSTRATO COSA E' CAPACE DI FARE. E CHE FARA'

    (15 Gennaio 2022)

    il partito comunista

    Le masse proletarie del Kazakistan si sono rese protagoniste di una coraggiosa rivolta, che ha scosso dalle fondamenta l’ordine borghese nel paese.
    Anche se queste giornate si sono concluse in una carneficina. Il vertice dell’apparato statale, incapace di fare fronte alla forza d’urto dispiegata dai lavoratori, per sedare la rivolta è dovuto ricorrere all’intervento straniero. Per ristabilire l’ordine è stata necessaria la mitraglia e una pioggia di piombo. A sparare senza requie sui proletari kazaki insorti sono state dapprima le forze armate della loro borghesia. Poi, quando queste non bastavano – a dimostrazione di quanto poco “nazionale” sia ogni esercito borghese – sono intervenute le truppe dei sei paesi dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto) – Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan – che non hanno risparmiato munizioni per ristabilire col terrore la “normalità” dello sfruttamento capitalistico.
    La borghesia, di fronte alla perdita del controllo su di un mondo che ha deformato a propria immagine e somiglianza, ha dimostrato di non avere altre risorse che il terrore e la menzogna per tenere soggiogati i lavoratori, messi con le spalle al muro dal peggioramento delle loro condizioni di vita. Per tenere in piedi l’edificio fatiscente dell’ignobile regime del capitale la borghesia assassina somministra menzogne incredibili a un pubblico già pasturato da decenni di rappresentazioni sempre più caricaturali e fantastiche del mondo reale.
    Così i cortei di operai usciti dagli stabilimenti e le manifestazioni imponenti di proletari accorsi dalle periferie nel cuore di molte di città del paese per prendere d’assalto i palazzi istituzionali, sono diventati “terroristi” per il presidente Qasym-Jomart Toqaev, che non ha esitato a dare l’ordine di sparare senza preavviso per uccidere chiunque osasse sfidare il divieto di manifestare e il coprifuoco imposto in tutto il paese dopo i primi giorni della rivolta.
    Il mito del complotto, onnipresente in questi anni di agonia dell’ordine capitalista mondiale, è stato riproposto ignobile: per i governanti kazaki, per i loro compari russi e cinesi e per gli innumerevoli gruppi politici ispirati al decomposto stalinismo, la rivolta sarebbe stata ordita da potenze straniere e organizzata da terroristi provocatori giunti dall’estero e ben addestrati.
    Terroristi provenienti dall’estero, armati di tutto punto e ben addestrati, sono arrivati davvero in Kazakistan, inquadrati nelle truppe regolari dei confinanti capitalismi. Non per sostenere la rivolta però, ma per soffocarla nel sangue. I 3.000 soldati russi, insieme con altre centinaia provenienti dai paesi del Csto, nel momento più acuto della rivolta hanno difeso le installazioni e i palazzi del potere, oltre che la sicurezza degli elementi più in vista del regime politico e della borghesia.
    Vari elementi concorrono a togliere ogni credibilità alla tesi di una messinscena programmata da potenze straniere, o da gruppi organizzati kazaki ispirati da ideologie nazionaliste o islamiste, allo scopo di compiere un colpo di Stato. Numerosi video documentano una partecipazione molto ampia alle manifestazioni nei centri cittadini e imponenti cortei di operai che escono in massa dalle fabbriche e dagli impianti minerari, a dimostrare che la protesta è nata spontaneamente in un clima di genuina collera proletaria.
    Lo conferma il contesto in cui la rivolta è maturata. Le sue motivazioni economiche sono evidenti, al di là della causa scatenante immediata, il raddoppio del prezzo del gas da trazione deciso dal governo il primo gennaio. Non a caso la protesta è scoppiata al culmine di una lunga stagione di lotte operaie, che hanno guadagnato ampiezza negli ultimi anni, nel solco in una tradizione di conflittualità sindacale ben radicata nel paese. Negli ultimi tempi il malcontento operaio è andato crescendo, nel 2021 il numero degli scioperi è stato superiore a quello del triennio precedente. In questo montare delle lotte operaie l’aumento del prezzo del gas ha esacerbato la diffusa preoccupazione per un andamento dell’inflazione che erode già significativamente il potere d’acquisto di salari, già molto bassi. In Kazakistan il salario minimo supera di poco i 100 dollari al mese, quello medio è poco più di 300.
    A questo si aggiunge che, sebbene l’economia abbia conosciuto negli ultimi tre decenni una lunga fase quasi ininterrotta di sviluppo, dovuta essenzialmente all’industria estrattiva che sfrutta le risorse di un sottosuolo ricchissimo, ciò non ha migliorato in misura neanche lontanamente proporzionale i salari operai. I frutti dello sviluppo sono andati alla ristretta oligarchia dei signori della rendita mineraria, legati a doppio filo alle multinazionali del settore, perlopiù contigue allo stesso apparato statale.
    Non stupisce dunque se la rivolta proletaria ha gettato nel panico le borghesie, locali e internazionali, preoccupate di vedere allontanarsi la ricca torta della rendita mineraria e terrorizzate da un proletariato fuori controllo, disposto a scendere sul terreno della lotta con i mezzi più radicali anche a prezzo dell’estremo sacrificio.
    La scintilla della rivolta si è accesa nella provincia del Mangystau, nel sud-ovest del paese, affacciata sul Mar Caspio, subito all’annuncio dell’aumento del prezzo del gas, con i primi assembramenti già sabato 1 gennaio. La protesta si è sviluppata nella città di Zhanaozen, epicentro di una solida tradizione di lotte operaie. Già nel 2011 i lavoratori del giacimento petrolifero di Ozenmunaigas avevano portato avanti uno sciopero dichiarato illegale dalle autorità ma protrattosi comunque per più di sei mesi e conclusosi con l’eccidio di 16 operai.
    I lavoratori della Ozenmunaigas anche questa volta sono stati fra i primi a dare vita alle proteste. Presto si sono aggiunti quelli dei campi petroliferi della North Buzachi, della Karazhanbas e di Kalamkas, e le città Aqtau, Atyrau, Akshukur. Il 4 gennaio la rivolta è dilagata in tutto il paese coinvolgendo Almaty, Nur-Sultan, Aqtobe, Uralsk, Qyzylorda, Shymkent, Kokshetau, Kostanai, Taldykorgan, Ekibastuz, Taraz e tante altre città.
    Dopo i primi scontri con le forze di polizia le proteste hanno assunto un carattere insurrezionale soverchiando l’apparato repressivo dello Stato e costringendolo a ritirarsi. I rivoltosi il 5 gennaio assaltavano le sedi istituzionali ad Almaty e a Nur-Sultan, penetrando nei palazzi del potere e devastandoli. Nello stesso tempo in molte altre città venivano presi d’assalto i municipi.
    Il presidente Toqaev mandava a casa il governo, accusandolo di incompetenza per avere improvvidamente raddoppiato il prezzo del gas, ne calmierava il prezzo, ma nel contempo definiva i manifestanti “bande di terroristi”.
    Intanto i rivoltosi si impossessavano delle armi disarmando e sequestrando soldati e poliziotti, e si incominciava a sparare con i primi morti in entrambi gli schieramenti.
    Mentre le quotazioni internazionali delle materie prime subivano un sussulto, incominciavano le prime operazioni delle forze speciali russe che mettevano in salvo decine di membri della nomenclatura kazaka con le loro famiglie. I manifestanti occupavano l’aeroporto internazionale di Almaty, probabilmente nel tentativo di impedire che gli elementi più in vista della classe nemica si mettessero in salvo. L’arrivo delle truppe russe, che assumevano prontamente il controllo dello scalo aereo della più importante città del paese, giungeva allora salvifico per Toqaev e compari. Il terrore borghese prendeva rapidamente il sopravvento provocando, secondo le fonti ufficiali, 164 morti e procedendo anche nei giorni successivi ad arresti in massa fino alla cifra attuale di 12.000 incarcerati.
    Il ristabilimento dell’ordine distopico del capitale ha ricevuto il plauso, esplicito o tacito, dei rappresentanti politici delle borghesie di ogni latitudine. L’aperto appoggio di Pechino al macellaio Toqaev equivale a quello implicito di Washington, pur nella stanca ripetizione del mantra ipocrita per il rispetto dei “diritti umani”. L’abbiamo vista il 10 gennaio ai colloqui fra Stati Uniti e Russia a Ginevra questa grande preoccupazione dei democratici di Washington per le sorti dei proletari kazaki massacrati, oppressi e perseguitati: il Kazakistan non è stato nominato mentre si parlava dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Intanto le quotazioni del gas, dopo una fiammata dovuta alla rivolta, per salutare lo scampato pericolo scendevano ai livelli precedenti.
    Il tristo Toqaev, riprese le redini del paese, procedeva alla nomina di un nuovo governo, liquidava i responsabili della sicurezza e scaricava sul suo predecessore la responsabilità della situazione, accusandolo di avere favorito la creazione di “una classe di persone ricche anche per gli standard internazionali”. Ammette quello che tutti sanno, che gli elementi della vecchia nomenclatura “sovietica” hanno compiuto senza intoppi la metamorfosi da boiardi di Stato in oligarchi capitalisti, in perfetta continuità con la loro appartenenza alla classe dei borghesi.
    Se la classe dominante ha bisogno di uno straccio per coprire le sue vergogne dopo il bagno di sangue, ecco che al fiume di menzogne si aggiunge un’audace opera di mistificazione, per cancellare agli occhi delle masse il reale significato di quanto è accaduto, facendo loro credere che il problema risieda tutto nella nequizia del corrotto ex presidente.
    Ma il fuoco della lotta di classe non si spegne mai del tutto e tornerà a incendiare le città del Kazakistan. I proletari kazaki hanno fatto tutto quanto era nelle loro possibilità, dimostrando l’eroismo di cui è capace il proletariato quando scende in lotta, affrontando la violenza dell’apparato statale, sequestrando e disarmando poliziotti e soldati, armandosi, difendendosi e attaccando, bloccando fabbriche, miniere, arterie stradali e persino un aeroporto. Difficilmente potevano andare oltre, privi come sono del partito rivoluzionario alla loro guida, e della solidarietà del proletariato degli altri paesi, innanzitutto della classe operaia in Russia.
    Il proletariato, ferito e battuto stavolta non dall’inganno ma dalla forza bruta, si solleverà inevitabilmente in una nuova rivolta e andrà verso la vittoria se saprà unirsi al di sopra di ogni frontiera nazionale, dotandosi del suo organo di lotta indispensabile: il Partito Comunista Internazionale.
    Perché la spada della rivoluzione comunista, affilata dalla forza della storia, è più forte delle menzogne dei borghesi.

    Partito Comunista Internazionale

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