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Detroit bankrupt city

Detroit bankrupt city

(19 Luglio 2013) Enzo Apicella
Detroit è fallita, rischio di migliaia di licenziamenti e di tagli alle pensioni municipali

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PER COMBATTERE CONTRO LA GUERRA DEL CAPITALE BISOGNA RICOMINCIARE A BATTERSI CONTRO LA PACE DEL CAPITALE

(27 Aprile 2023)

Nelle metropoli degli Stati di più vecchio capitalismo come in quelle degli Stati di più giovane capitalismo e nelle periferie di tutto il mondo capitalista, le condizioni economiche, di vita e di lavoro dei lavoratori salariati (e, in subordine, delle mezze classi in declino e delle masse proletarizzate) continuano a peggiorare, con gli aumenti generalizzati e costanti dei beni di prima necessità, compreso il costo delle abitazioni, del gas e dell'elettricità.
Ovunque, la ristrutturazione delle imprese economiche (multinazionali, a proprietà individuale o familiare, cooperative, statali, nazionalizzate o di qualunque altra “ragione sociale”), indotta dalla irrefrenabile crisi di sovrapproduzione, genera sempre più disoccupati e lavoratori precari, e costringe sempre più donne in casa, al lavoro sottopagato degli oneri familiari, insieme a un aumento sempre meno sostenibile dell'orario e del ritmo del lavoro – causa prima e unica della moltiplicazione degli omicidi, delle lesioni traumatiche gravi e delle malattie nei posti di lavoro.
A nulla valgono gli irrisori aumenti salariali dei rinnovi contrattuali (quando si rinnovano!), per di più legati alla cosiddetta produttività che altro non è se non una intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro.
Due anni e più di “crisi sanitaria” (dapprima acuta, ma ormai cronicizzata nella cinica indifferenza di chi ha blaterato che “nulla sarebbe stato come prima”) non hanno poi fatto altro che mascherare e peggiorare l'irreversibilità della crisi.
La gestione scellerata e criminale della “pandemia” ha definitivamente e irreversibilmente dimostrato che il “benessere dei cittadini” è l'ultimo degli obbiettivi degli Stati borghesi, a meno che dalle malattie e dalla loro gestione non si faccia profitto, sia nell'ipocrita forma “pubblica” sia nella più sincera forma “privata”: con i farmaci (omeopatici e fitoterapici compresi), con i vaccini (di vecchia o di nuova tecnologia), con i test e gli apparecchi diagnostici e terapeutici, con la trasformazione delle cliniche, degli ospedali, delle reti ambulatoriali in “aziende sanitarie e ospedaliere” (vere e proprie industrie medico-chirurgiche dove, sulla pelle dei pazienti, vigono alienante e rigida la divisione del lavoro, la precarizzazione e il sistema degli appalti e dei subappalti), con le “residenze” più o meno assistite e trasformate in tristi anticamere dei cimiteri, degli anziani, dei malati cronici e delle presone non autosufficienti.
Ricorrendo all'alibi della “salute pubblica” nella gestione sociale dell'emergenza, con un susseguirsi di imposizioni fra lo stravagante e l'autoritario, e soprattutto limitando e regolamentando ancora e sempre più il “diritto di sciopero”, di manifestazione e di riunione pubblica e al pubblico, gli Stati hanno rafforzato (meglio di quanto hanno fatto per “controllare” il cosiddetto “terrorismo”, più o meno islamico) le strutture repressive e di controllo politico per “abituare” la popolazione (ma in primo luogo la nostra classe dei lavoratori senza riserve) a uno “stato di emergenza e unità nazionale”, in modo da frenare quanto più possibile, nel clima di preparazione alla guerra, ogni tentativo di resistenza, contrasto, ribellione e organizzazione antagonista al peggioramento generale dell'ambiente in cui viviamo, delle condizioni di vita e di lavoro.
La repressione poliziesca si sta facendo sempre più violenta: botte, legnate, vessazioni, come abbiamo già subito negli scioperi e nelle mobilitazioni degli ultimi decenni, e sarà sempre più sorretta e appoggiata dalla repressione giudiziaria, con provvedimenti amministrativi, estensione dei reati associativi, legislazioni emergenziali che diventano ordinarie – espressione di quel che la dittatura della borghesia sta preparando e ha sempre preparato, per affrontare e reprimere lo scontro sociale che la crisi economica genera lentamente ma inevitabilmente. E lo fa, alternando storicamente (come le si conviene!) le forme complementari del fascismo e della democrazia, che solo reazionari in malafede possono spacciare per “contrapposte”.
La crisi accelera inoltre le dinamiche guerrafondaie tipiche del modo di produzione capitalistico. Dalla fine del secondo macello mondiale, le guerre imperialiste, quelle che servono a questo o quello Stato a rapinare materie prime e controllarne i flussi, esportare capitali, conquistarsi mercati, soggiogare masse proletarie e proletarizzate, non sono mai cessate, anche stravolgendo le lotte di liberazione dal dominio del vecchio imperialismo coloniale. I cosiddetti organismi internazionali (ONU, UE, OCSE, WTO, e via cantando) non son altro che “patti tra gangsters” per sancire e garantire la spartizione, fintantoché i rapporti di forza tra le concentrazioni di potenza non cambiano. Più la crisi si approfondisce, e meno risultano efficaci le controtendenze messe in campo da tutti gli Stati, più gli scontri si rendono necessari con nuove alleanze. Si apre così la via alla guerra interimperialista – quella che si sta avvicinando sempre più velocemente e di cui le vicende balcaniche, mediorientali, caucasiche, per finire con l'incancrenirsi in Ucraina della “operazione militare speciale” russa, non sono che crudeli avvisaglie.
Ogni guerra ha avuto, ha e continuerà ad avere la propria copertura ideologica: il pretesto per spingere al massacro (attivo e passivo) i nostri fratelli di classe intrappolati dagli Stati borghesi. Ma questi Stati sono e rimangono il capitalista collettivo, e i loro governi sono solo il consiglio d'amministrazione nominato da quell'assemblea degli azionisti che chiamano Parlamento e come tale strumento di dominio e dittatura dell'impersonale classe borghese. Contro questo o quel “nemico”, essi ci intrappolano nella gabbia della ”Unità Nazionale”, della “Patria” dai molti epiteti: socialista, democratica, “popolo eletto”, “bene comune”, “deposito di civiltà” – sempre e comunque associazione a delinquere volta al perseguimento dello sfruttamento del lavoro salariato, delle risorse naturali e della valorizzazione del capitale.
Dunque, come sempre c'è molto da fare. Ma come e perché agire?
Innanzitutto, bisogna sgombrare il campo dalla illusoria speranza che la sola pressione generata dal precipitoso e generalizzato peggioramento delle nostre condizioni di vita e sopravvivenza, l'esaurimento delle scarse riserve e l'erosione delle garanzie riformiste (o addirittura la guerra stessa) generino meccanicamente una reazione di rivolta politica. La nostra classe ha subito e soffre ancora per le suggestioni reazionarie di decenni e decenni di misure “riformiste” democratico-nazifasciste-staliniste (e post-staliniste), nate dalla distruzione sistematica delle sue organizzazioni rivoluzionarie e alimentate dalle briciole faticosamente strappate con l'ordinaria lotta sindacale. Così, tante sono ancora le sirene riformiste che, con l'attiva complicità dei sindacati ufficiali sempre più integrati nello Stato, illudono la maggioranza dei nostri fratelli di classe che ci sia ancora qualcosa da guadagnare e da migliorare, remando a schiena curva per far andare avanti la barcaccia capitalista: le istituzioni elettoralesche, la democrazia economica, la “cultura”, la “civiltà”, l'indistinto “interesse del popolo” contrapposto agli avidi appetiti dei soliti speculatori, la truffa del “welfare state”, la redistribuzione della ricchezza con le tasse sui patrimoni... Insomma, tutto ciò che ancora spaccia le nostre catene come braccialetti d'oro.
La strada della ripresa sarà dolorosa e faticosa. Ma non ci sono alternative, perché solo la nostra classe, l'immensa schiera dei senza riserve venditori di forza lavoro, ha la possibilità e (in divenire) la capacità sociale e politica di farla finita con con la sozza società del Capitale.
Le compagne ed i compagni del Partito Comunista Internazionale (il programma comunista) invitano alla lotta e all'organizzazione i proletari, tutti coloro che non sopportano più il disastroso devastante dominio della borghesia, chi sente con la mente e con il cuore la necessità di combattere con metodo e costanza la democratica dittatura del capitale, contro tutte le istituzioni, gli strumenti, i partiti e i sindacati ufficiali di tutti gli Stati, uno più imperialista dell'altro.
Organizzazione della lotta di difesa delle condizioni di vita e di lavoro, per colpire duramente gli interessi economici e politici della borghesia.
Rifiuto di accettare sacrifici economici e sociali in nome della “economia nazionale”.
Rottura aperta della pace sociale e ritorno deciso ai metodi e agli obbiettivi della lotta di classe, unica reale e praticabile solidarietà internazionalista di noi proletari, tanto nelle metropoli quanto nelle periferie imperialiste.

Rifiuto di ogni complice partigianesimo (nazionalista, religioso, patriottico, mercenario, umanitario, socialisteggiante, pacifista...) a favore di uno qualsiasi degli Stati o fronti e alleanze degli Stati coinvolti nelle guerre.
Azioni di sciopero economico e sociale che portino a veri scioperi generali per paralizzare la vita nazionale e aprire la strada a scioperi politici, atti a rallentare, boicottare, impedire ogni mobilitazione e propaganda bellica.
Solo sulla base di questi capisaldi pratici ci si potrà preparare a respingere la miseria, il dolore e il lutto che colpiscono la maggior parte della nostra classe, sacrificata sui fronti bellici e nelle retrovie in nome di “Patrie” che (lo ripetiamo e lo ripeteremo sempre e ancora sempre!) sono solo associazioni a delinquere aventi la finalità di perpetuare lo sfruttamento capitalistico, uno sfruttamento che sull'arco di poco più di due secoli sta minando le condizioni di esistenza della nostra specie e della natura di cui siamo parte.
Solo riappropriandosi di questi capisaldi pratici (e nel corso di battaglie che è e sarà chiamata e costretta a combattere), la nostra classe, l'immensa schiera di chi per vivere non può far altro che vendere la propria forza lavoro, potrà riconquistare un'autonomia di lotta nei confronti del suo nemico storico, la borghesia, e la moltitudine delle mezze classi intellettualoidi e parassite che la sostengono, contro il loro Stato e tutte le loro istituzioni.
Solo se le avanguardie di lotta della nostra classe e gli eventuali “traditori delle classi dominanti” si organizzeranno su questi contenuti (e non soltanto sui pur necessari ma limitati terreni sindacale, ambientale, sociale, ecc.) e raggiungeranno e rafforzeranno il partito della rivoluzione comunista ci si potrà preparare ad azioni di aperto antimilitarismo e disfattismo anti-patriottico: lasciare cioè che il proprio Stato e i suoi alleati siano sconfitti, disobbedire in maniera organizzata alle gerarchie militari, disertare e fraternizzare con i nostri fratelli di classe (essi pure intrappolati nelle proprie “Patrie”), tenere ben strette le armi e i sistemi d'arma per difendersi prima e liberarsi poi dai tentacoli delle istituzioni borghesi, di tutti gli Stati borghesi, trasformare la guerra tra gli Stati in guerra civile per la rivoluzione proletaria internazionale comunista.

Partito comunista internazionale
(il programma comunista – kommunistisches programm – the internationalist – cahiers internationalistes)

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