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(31 Ottobre 2012) Enzo Apicella

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NUOVA VIA DELLA SETA

Colonizzati i colonizzatori

(18 Aprile 2019)

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Le tensioni politiche e finanziarie sono lo scenario obbligato del “grande gioco” dello scontro inter-imperialistico al quale, nel ciclo finale di questa era, le potenze declinanti e quelle ascendenti sono storicamente costrette.

Fu nell’autunno del 2013 che il presidente cinese Xi, durante un viaggio di Stato in Indonesia e in Kazakistan, propose un’iniziativa di partenariato commerciale e politico, “One Belt One Road”, “Una cintura Una via”, un immane progetto infrastrutturale che avrebbe integrato strade e ferrovie, trasporto di prodotti energetici, connessioni tecnologiche, affiancando le vie marittime alle terrestri, progetto poi reso esecutivo e rinominato infine “BRI”, “Belt and Road Initiative”.

La BRI è divenuta l’asse portante della politica estera cinese, al punto di essere inserita nello statuto del Partito Comunista, “Comunità di futuro condiviso per l’umanità”, e nel 2017 addirittura nella Costituzione. È un progetto di fondamentale importanza, obbligato quasi, che mira a costituire un immenso blocco politico e commerciale che dall’Asia arrivi all’Europa.

In estremo oriente il Piano è in certo modo la riedizione della Sfera di Prosperità Comune, con la quale nel 1943 l’Impero giapponese aveva cercato di collegare in una rete economica e politica gli Stati dell’Oceano indiano, le Filippine, il Sud Est asiatico, per svincolarsi dalla morsa coloniale nella quale il moribondo imperialismo inglese, ed ancor di più quello allora ascendente e formidabile degli Stati Uniti, avevano stretto la regione. Come quel progetto allora andò a finire è storia della prima metà del secolo scorso. L’immagine stereotipa del fungo atomico è il simbolo che ha segnato l’insuccesso tragico del dominio imperialista del Sol Levante nell’area.

Ma il piano cinese di oggi, forte di una potenza molto superiore a quella giapponese degli anni ’40, ha un obbiettivo più ampio e profondo: insieme al controllo delle risorse in Africa, punta a penetrare in Europa, a stabilirsi in modo permanente nel Mediterraneo, a ridosso e ad insidiare le vecchie potenze coloniali.

Al piano è stato dato un nome che rievoca i trascorsi dei commerci cinesi con l’Occidente, dall’antichità classica al medioevo: Via della Seta. Un percorso tanto terrestre, autostrade, ferrovie, per collegare l’Europa ed i suoi mercati alle provincie dell’ovest cinese, attraverso paesi asiatici, russi e mediorientali, quanto marittimo.

La BRI infatti prevede 5 rotte, 6 se si aprisse quella navale artica: 3 terrestri e 2 per mare. Attualmente sia in volume sia in valore la maggior parte del commercio passa per gli scali marittimi: intorno all’80%.

I tragitti terrestri passano in aree a forte turbolenza, politicamente insicure, mentre d’altra parte le province più produttive cinesi sono quelle sul Pacifico. La prima, l’unica totalmente terrestre, transita dal Nord-Est della Cina all’Europa centrale ed al Baltico passando dal centro Asia e dalla Russia; la seconda dall’Ovest cinese al Golfo Persico attraverso Pakistan, Afghanistan ed Iran, poi per nave a Suez e al Mediterraneo; la terza dal meridione della Cina all’Oceano Indiano passando per l’Indocina, poi per mare dagli Stretti e quindi all’Africa e al Mediterraneo.

Le due rotte totalmente per mare invece corrono una verso oriente ad attraversare il Pacifico, l’altra per il Mar Cinese Meridionale e lo stretto di Malacca. Per raggiungere i mercati europei la via del Pacifico resta secondaria per la maggiore lunghezza, per la difficoltà di superare le Americhe, perché infine quell’oceano è di dominio esclusivo della marina USA e vi sono poche possibilità di basi e porti per il traffico cinese. L’asse Stati Uniti, Giappone ed Australia si è strutturato anche in un accordo reciproco di investimenti, il “Progetto QUAD”, che nei fatti è conflittuale con quello BRI.

Ma, sulla rotta occidentale, anche nei Mari Cinesi non mancano complicazioni e vincoli politici; la marina mercantile giapponese contende gli attracchi, e i porti delle Filippine sono controllati dagli Stati Uniti. Inoltre su quella rotta, e sugli ambiziosi piani di investimenti cinesi nell’area, al momento l’India è uno degli ostacoli maggiori. La sua azione, forte di uno sviluppo economico crescente, tende ad ostacolarli, coinvolgendo anche altri Stati, il Nepal sulle rotte terrestri, Bangladesh e Maldive su quelle marittime. Ma procede con capitali cinesi la costruzione di porti in Sri Lanka ed in Myanmar.

Da destinare a terminale in Europa della BRI la Cina ha acquisito la proprietà del porto del Pireo e avanza richieste per quelli italiani, in particolare Trieste e Genova, due accessi essenziali al vecchio continente provenendo da Suez.

Il governo cinese, per sostenere l’enorme massa degli investimenti per la BRI ha costituito una struttura finanziaria, anche con l’intervento di azionisti esteri, che però non è dato conoscere: la parte cinese è composta da Industrial and Commercial Bank of China, Asian Infrastructure Investiment Bank Silk Road Found: con questa “potenza di fuoco” l’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino stima un investimento per gli interventi programmati di almeno 1.700 miliardi di dollari.

Questo piano finanziario e geopolitico potrebbe ricordare nelle sue linee dorsali il Piano Marshall del secondo dopoguerra, ma ne differisce completamente per momento storico, stato del capitalismo e quadro politico mondiale. Non entriamo in merito alle dimensioni relative della forza economica, finanziaria e politica degli USA del Piano Marshall e della Cina della BRI. Questo confronto a parte, nelle diverse fasi c’è una differenza fondamentale, che presuppone un processo opposto a quello che ha permesso il mezzo secolo ed oltre di “pace” nell’ambito capitalistico europeo-occidentale. Allora si trattava di rimettere in moto il ciclo economico dopo la seconda guerra imperialista, di mantenere la spartizione del mondo tra i due imperialismi vincitori. Quella presente si sviluppa nella fase senescente e finale di un più che settantennale ciclo di accumulazione e non segna una condizione di pace armata tra mostri imperiali quale fu l’era della “coesistenza pacifica”, a dimostrare il miglior “sistema economico”, ma l’apertura di un ciclo di scontro, in cui un vecchio imperialismo viene sfidato da una nuova potenza mondiale, però sotto il vincolo della crisi generale del capitalismo.

Come effetto immediato ci aspettiamo per la Cina sul piano finanziario un relativo deficit delle partite correnti, che costringerà a dirottare risorse verso la difesa del cambio, e quindi, a meno di aumentare la massa del debito, difficoltà a mantenere l’impegno colossale del Piano. Un significativo segnale di criticità in questo senso si legge nella enorme crescita del mercato obbligazionario cinese, tanto nella componente istituzionale e bancaria ufficiale quanto in quella del “sistema ombra”, che non compare nei bilanci ufficiali, ascrivibile a un sistema finanziario “non regolamentato”.

Il tutto è aggravato dal fatto che il governo USA intende rendere più complesse, se non addirittura a porre il veto ad iniziative di salvataggio finanziario da parte del Fondo Monetario di paesi in difficoltà da debito legato a rimborsi delle quote BRI. Questo è l’aspetto più critico dell’immenso progetto, quello finanziario. I programmi sono a lunghissimo termine, e non sono tutti direttamente finanziati dalla Cina. I progetti determinano negli Stati che accettano i crediti cinesi gravi situazioni debitorie. L’alternativa che la Cina prenda direttamente in carico la gestione di tutte le infrastrutture costringerebbe gli Stati a rinunciare al controllo di propri sistemi strategici.

Per gli Stati Uniti d’America l’imperativo è frenare l’ascesa di ogni potenza che sfidi, sul piano commerciale, finanziario e, in ultimo, militare la loro egemonia sul mondo. Quel predominio pareva di nuovo stabilizzato dopo il disgregarsi dell’URSS e la debolezza della Russia attuale, che si è ripresa a stento in questi ultimi anni da una grave crisi e si ritrova potenza imperialistica di rango inferiore, e dopo la comprovata incapacità dell’Unione Europea di costituirsi davvero in una forza politica effettiva – troppo forti gli interessi divergenti tra gli Stati, troppe le lacerazioni di un tessuto economico in declino, troppe le tensioni sulla moneta unica.

Per contro per la Cina la BRI si fonda anche sulla necessità storica di opporsi al primo imperialismo mondiale. Ormai il quadro globale vede sul piano tecnologico la Cina aver raggiunto gli USA; su quello militare, rispetto alle truppe di terra lo sviluppo è stato enorme e la distanza non è più così marcata; rimane notevole quella fra le due marine militari. Quindi si fa strada anche la minaccia militare, opzione per ora lontana, ma non trascurabile.

Non è possibile nel contesto attuale antivedere l’esito di simile scontro, sotto le dinamiche della catastrofica crisi di sovrapproduzione globale. Ma si possono leggere indicazioni su quali saranno gli esiti della guerra commerciale portata dagli USA con la messa in campo della barriera dei dazi e la conseguente riduzione dell’export. Sono episodi, in questa fase storica, di una guerra non militare, che gli Stati Uniti stanno mettendo in atto verso l’espansionismo commerciale spregiudicato praticato dalla Cina, che si vede costretta a rendere meno aggressivo il suo intervento, ma non certo a chiuderlo.

Ricordiamo qui le vicende delle sanzioni alla Russia che pure hanno dato un duro colpo alle esportazioni dei paesi europei, la guerra mossa all’industria tedesca dell’auto, il tentato blocco del Nord Stream 2, infine l’opposizione alla diffusione del sistema di comunicazioni di quinta generazione 5G, promosso dal colosso cinese Huawei, che minaccia il predominio americano in quello strategico settore. Non ci turbiamo certo per queste interferenze e offese al mai esistito “libero mercato”, né parteggiamo per l’uno o per l’altro Stato europeo che ne è danneggiato, e neppure muoviamo alcuna critica all’imperialismo dominante a favore di una impotente ed antistorica pretesa nazionale o, peggio, europea. Ciascuno degli eventi citati, preso e sé stante, sarebbe un episodio, più o meno grave, di uno scontro commerciale; tutti insieme segnano un processo che avvia una guerra commerciale prima, politica poi.

Per altro molti Stati europei hanno già stretto importanti accordi commerciali con la Cina, sebbene pudicamente non inseriti nel progetto BRI. Una interessante statistica degli investimenti cinesi in Europa nel periodo 2000-2018 vede al primo posto, curioso a dirsi, il Regno Unito con 47 miliardi di euro, seguono la Germania con 22 e l’Italia con 15, poi la Francia con 14. Non sono grandi numeri, almeno rispetto ai volumi di investimenti che girano nel mondo, e l’Italia non risulterebbe in particolare posizione di interesse. Ma la sua posizione nel Mediterraneo e, non ultimo, le sue condizioni del debito la rendono un potenziale partner. È il destino millenario di una penisola che si protende nel Mediterraneo, crocevia di rotte e commerci. Già la Russia aveva cercato nel 2006 di usarla come testa di ponte in Europa occidentale dei gasdotti provenienti dal Mar Nero con il progetto South Stream, poi abbandonato nel 2014.

L’equivalente a Nord, il Nord Stream, terminato nel 2011, fa della Germania lo snodo energetico tra Est ed Ovest. Il suo raddoppio, il Nord Stream 2, ha invece subìto il duro attacco degli USA e l’opposizione di Bruxelles, e le minacciate sanzioni economiche ne hanno poi rallentato, anche se non fermato lo sviluppo. Lo stesso genere di criticità si sta ponendo per l’Italia relativamente alle iniziative di memorandum di intesa con la Cina per il terminale BRI.

Eppure, senza che ci siano stati particolari protocolli od accordi, la Germania è coinvolta nella rotta di terra ferroviaria, con terminale Duisburg, per il trasporto merci da e verso la Cina. Non ci sono state particolari opposizioni o critiche a questo flusso, che si sviluppa come un usuale transito di merci.

Ma il governo tedesco si oppone al concetto geopolitico della BRI, in piena sintonia con la Francia ed in ultima analisi con la UE. Per questo l’accordo Cina-Italia ha suscitato le ammonizioni degli USA e l’opposizione esplicita della UE che, malgrado i goffi tentativi delle autorità del governo italiano di stemperare la cosa, parla esplicitamente di una rottura dell’unità politica e commerciale europea. Infatti gli accordi firmati in Italia rivestirebbero un ambito non solo commerciale o finanziario, ma strategico, teso a costituire in Europa un “polo orientale”, in contrapposizione all’occidente, che ha dominato finora, bene o male, i destini europei.

Ma, nella sostanza, la borghesia italiana riesce sempre a trasformare ogni tragedia in una spregevole farsa. Come in una pantomima è riuscita a infilarsi e a sgusciare all’interno di questa morsa fra giganti continentali. La sua politica estera è comunque tentennante, e la sua necessità è finanziare il bilancio dello Stato e trovare acquirenti alle sue obbligazioni. Il memorandum di intesa è generico, ma la pavida borghesia italica è maestra nell’imbastire nuove alleanze, salvo poi denunciarle quando intraveda altre “opportunità”. Completano il teatrino i due “alleati” di governo, che fanno finta di trovarsi su sponde opposte, mentre le “opposizioni” richiamano ai “valori” europeistici ed atlantici. È soltanto l’ennesima commedia degli inganni nella quale bande che si contendono l’amministrazione dello Stato recitano la parte che loro si comanda.

Chi comanda? Parte della borghesia italica vede come un “tradimento dell’occidente” la disponibilità attuale ad aderire all’iniziativa BRI, anche se con tutte le remore del caso, l’altra valuta le golose opportunità che questa potrebbe offrire in una fase di infinita recessione.

Noi non siamo indifferenti a tutto questo. Se niente ci interessa delle sorti economiche dei mostri statali e del modo di produzione che li anima e sostiene, che avversiamo con ogni nostra forza, dobbiamo leggere con attenzione e comprendere i sussulti e le convulsioni che agitano il mondo borghese perché segneranno il futuro dei proletari di tutto il mondo.



PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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