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    Capitale e lavoro:: Altre notizie

    A PROPOSITO DI SALARIO, SALARIO MINIMO, POSSIBILI ILLUSIONI E COMPITI DI STRUTTURE E MOVIMENTI CONFLITTUALI E SOLIDALI

    Un contributo di analisi per dibattito e un'azione conseguenti

    (12 Novembre 2023)

    comunicatousi

    Da tanti anni, nei materiali e corsi di formazione sindacale autogestita fatti dalla nostra Confederazione sindacale, uno degli aspetti ritenuto importante, è quello relativo alla lettura della busta paga e alla conoscenza della struttura del salario, tra salario diretto, salario indiretto e salario differito. Sullo sfondo, la chiarezza che il salario dovuto non corrisponde, a differenza da quel che si vorrebbe far credere, all’importo percepito che si trova sulla busta paga (sia come retribuzione globale di fatto che come importo netto, l’ultima casella in basso a sinistra…) e che sia l’effettiva e giusta retribuzione del lavoro. Infatti, come le tabelle ministeriali ufficiali depositate presso il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali dei valori retributivi dei CCNL (Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro), rappresentano sempre valori medi lordi convenzionali, il salario e stipendio che ne viene fuori, a prescindere da inquadramento, livello, mansioni e funzioni, al massimo sarà la paga media lorda, equivalente a quello che è il “valore di scambio”, della prestazione lavorativa con lo sfruttamento della forza lavoro, valore che può subire miglioramenti, sempre rimanendo ancora nel sistema capitalistico, a seconda dei rapporti di forza più favorevoli alle classi lavoratrici o alla sua debolezza, rispetto a quanto rappresentato dalle controparti datoriali, padronali (ndr, vanno ripresi a definirli all’antico modo, i padroni, al posto dell’asettica denominazione di imprenditori) nei confronti di chi dovrebbe rappresentare gli interessi e i bisogni concreti, di operaie e operai, impiegati, tecnici e anche dell’area quadri, le organizzazioni sindacali. Sulla natura di sindacati di matrice riformista, di quelli concertativi, collaborazionisti, “di base” o autorganizzati e di riferimento del sindacalismo rivoluzionario (in quest’ultima corrente di livello mondiale, si inquadra la storia e l’attualità di intervento di Usi 1912 ricostituita), si approfondirà in altri scritti e ragionamenti, basta leggersi per chi non lo avesse fatto, per avere le idee chiare, sul documento fondativo dell’Unione Sindacale Italiana, che sembra scritto di recente ma è del 1912 “I due sindacalismi”.
    Torna in ballo come elemento di dibattito, la questione salariale, quando si aggiunge una sua aggettivazione, che rischia fortemente di illudere e non fare un corretto servizio informativo, lavoratrici e lavoratori di qualsiasi settore pubblico, privato, cooperativo o anche parasubordinato, sulla natura del salario. Cioè quando si parla nel dibattito politico nazionale di SALARIO “MINIMO”o di SALARIO “DIGNITOSO”. Su tali aggettivazioni, che sono fuorvianti e sui quali anche la giurisprudenza recente, anche di Cassazione, come nelle controversie in sede giudiziaria sul lavoro dei c.d. “riders”, di chi lavora in settori come la logistica o la sicurezza – vigilanza armata o non armata, nel settore privato in genere, ha voluto dare un suo segnale e una sua qualificazione tecnico giuridica, parlando di “SALARIO COSTITUZIONALMENTE DA GARANTIRSI”, in base all’applicazione della norma dell’articolo 36 della nostra legge fondamentale italiana, la Costituzione repubblicana e antifascista. Si indica come criterio programmatico e qualificante, nei CCNL o negli accordi rinnovo, nella stessa legislazione del lavoro, di “…retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del (suo) lavoro, in ogni caso sufficiente ad assicurare a se e alla sua famiglia un’esistenza libera dignitosa…”, come evoluzione di quanto già disciplinato nel nostro ordinamento giuridico, dell’articolo 2099 del codice civile (che risale al 1942…).

    Su un dato di de-qualificazione politica, rispetto a quella di origine costituzionale e nel modo di produzione giuridico di matrice civilistica e costituzionale, le nostre prioritarie “fonti del diritto”, l’opposizione attuale al governo in carica e la stessa coalizione di maggioranza, espressione degli interessi avversi a quelli di lavoratori e lavoratrici, si arriva con vari profili e sfumature a una paradossale concordia, quando si parla di SALARIO MINIMO. In apparenza, è una parola d’ordine di significato dignitoso e di puro buon senso, anche se a volte nelle interviste, negli approfondimenti sui televisioni e organi di stampa, nei dibattiti, questa concordia sul carattere “minimo” del salario, sia di chi si pone a favore, anche con proposte di legge in merito, sia di chi si schiera contro, con argomentazioni anche esilaranti, se non fosse un aspetto importante della vita e dell’esistenza di chi lavora da subordinato e delle famiglie, della generale compagine e composizione sociale del nostro Paese, sulla quale non ci sta molto da scherzare. Dalla destra radicale che si pone come “sociale”, ai liberisti e banchieri, ai gestori di multinazionali e di compagnie di assicurazione, fino alle forze del centro-sinistra, ristretto o allargato e a componenti della sinistra più “radicale”, questa parola d’ordine del “salario minimo” trova un comune sentire e un terreno che solo in superficie, potrebbe essere una notizia positiva, perché se ne parla e se ne discute. Siccome dubito molto che improvvisamente molte componenti partitiche, di coalizione sia filo governativa che di opposizione, tra cui anche le stesse fila confederali dalla Cgil di Landini fino alla galassia di gran parte del sindacalismo di base e indipendente, siano diventati pericolosissimi marxisti e rivoluzionari da I Internazionale, la questione diventa più inquietante e merita da parte nostra, un dovuto approfondimento e uno sforzo di maggiore chiarezza. Non è necessario aver studiato MARX o definirsi rivoluzionari, ma soltanto aver lavorato da dipendenti e con rapporto di lavoro subordinato e CONOSCERE LA STRUTTURA DEL SALARIO, per comprendere che DA SEMPRE, I PADRONI, I CAPITALISTI E I GRANDI SPECULATORI FINANZIARI, all’interno di un sistema organizzato e finora dominante, si sono IMPEGNATI PER TENERE RIDOTTI AL “MINIMO”, SALARI, STIPENDI e retribuzioni. Sforzo nostro e di tutte le forze, organizzate o spontanee specie di massa, che siano coerenti con la parte più debole, ricattabile, tendenzialmente precaria o precarizzabile anche se con rapporto di lavoro e contratti a tempo indeterminato, che si schierino dalla parte e per gli interessi delle classi lavoratrici, dei settori popolari sfruttati e sottomessi, DOVRANNO LOTTARE ANCORA MOLTO, PROPRIO PER EVITARE CHE IL SALARIO DIVENTI NON SOLO COME QUALIFICAZIONE, MA IN CONCRETO E COME PARAMETRO EFFETTIVO, COME “SALARIO MINIMO…E AL MINIMO”.
    Va ribadito un concetto semplice, IL SALARIO DEVE RIMANERE, UNA VARIABILE INDIPENDENTE, non dipendente e funzionale, ai meccanismi di sfruttamento della forza lavoro per ottenimento di profitti e “plus valenze-valore” di pochi a danno di tanti e tante, con tanto di corollari sociali e culturali anch’essi necessari al mantenimento del consenso al sistema dominante attuale e alla sua logica terribile, di dominio anche istituzionale.

    Solo i rapporti di forza se a favore degli interessi e dei bisogni sui quali siamo schierati fin dalla nostra costituzione originaria, come avvenuto in passato, ci possono permettere di tenere la situazione su livelli positivi e ottenerne anche la loro codificazione giuridica, sia come legge ordinaria che di fonte pattizia, negli stessi rinnovi della contrattazione collettiva nazionale, dove intervengono altri fattori di rischio, come la produttività, la flessibilità, la tendenza alla precarizzazione e allo smantellamento di qualsiasi rigidità, in primis salariale, che renda meno malleabile lo scambio e il relativo “valore” della prestazione lavorativa nella convenzionale e mai adeguata paga e retribuzione. Questo sia nella parte del salario diretto, ma ancor di più per le quote di salario differito (TFR LA LIQUIDAZIONE ACCANTONATA OGNI MESE) e di quello indiretto, con il fomentare la fregatura e ulteriore illusione dei provvedimenti di “welfare aziendale”, che riducono di fatto, sino ad annullarsi nelle aspirazioni delle controparti contrattuali, politiche e sociali, di conquiste sociali e diritti pubblici, come istruzione, educazione, sanità, diritto all’abitare-casa, servizi sociali ed assistenziali, la previdenza (il diritto di andare in pensione dopo una vita di lavoro… ) sganciata dall’assistenza, trasporto pubblici e somministrazione e fornitura di energia, gas, acqua, ricerca e formazione (compresa quella collegata alla salute e sicurezza sul lavoro).

    Alcuni degli elementi che contraddistinguono, come investimenti nel PIL (Prodotto Interno Lordo), la definizione se un Paese capitalisticamente sviluppato o anche emergente, sia un PAESE CIVILE, da almeno 15 anni, l’Italia non si può considerare un Paese civile.

    Sempre restando ferma la posizione di liberisti vari, sia di maggioranza che di opposizione, come delle compagini di rappresentanza ufficiale delle controparti CONFINDUSTRIA per prima, che è insofferente ad interventi legislativi statali che pongano freni e limiti, al meccanismo mai paritario del “libero mercato “ e della negoziazione contrattuale, quindi delegando esclusivamente alla pratica dei rinnovi dei CCNL principali, la definizione della retribuzione e dei livelli salariali, tendenzialmente per i rapporti di forza oggettivamente non favorevoli, con dirigenze sindacali complici nel firmare di tutto e di peggio, pur di portare a casa il “pezzo di carta sottoscritto” e tabelle economiche relative, pur di mantenere il monopolio od oligopolio della “rappresentanza sindacale e della rappresentatività”. Confondendo la capacità negoziale con l’acquisizione dei diritti sindacali già posti dal titolo 3° della legge 300 1970, quello Statuto dei Lavoratori (ndr e Lavoratrici), oggetto di tanti attacchi, di tentativi pressanti e continui di trasformazione nello Statuto dei Lavori…e dei lavoretti sottopagati, quindi riducendo al “minimo” l’intervento del legislatore e dello Stato di applicare le libertà e i diritti costituzionali, nei luoghi di lavoro, tra cui quello che in questa sede sarebbe utile ricordare sempre, l’articolo 36 della Costituzione prima citato.

    Quindi pure le proposte di legge dell’opposizione, partono da un errore di analisi e di conoscenza della struttura reale del salario e sostenendo una ipotesi illusoria, ai danni delle classi lavoratrici e di settori rilevanti della popolazione che contribuisce alla produzione della ricchezza sociale (mai equamente redistribuita), cioè che una legge sul salario minimo, dando un “valore di scambio” non inferiore a 9 euro (lordi?) di paga oraria, sia utile perché al di sotto di quella paga, sarebbe da considerarsi “sfruttamento” e comunque delegando eventuali miglioramenti, alla negoziazione tramite la contrattazione collettiva, non rendendosi conto delle differenze tra chi lavora nel pubblico impiego, con chi lavora nel settore privato o cooperativo e degli effetti sul lavoro parasubordinato, come parametri convenzionali di riferimento per tariffe e paghe da prendere a riferimento.

    Insomma, si dà l’impressione sbagliata, che lo sfruttamento al di sotto di una certa soglia, sia da considerarsi come una eccezione, dovuta a fattori soggettivi come le speculazioni e la slealtà di padroni, capitalisti e sindacalisti disonesti, mentre con la semplice fissazione di criteri e salari- paghe orarie “minime”, questa contraddizione andrebbe a risolversi, lasciando ai rinnovi contrattuali, come se fossero svolti su un piano di parità tra sindacati e associazioni datoriali – padronali o l’ARAN per il pubblico impiego, le fasi di trattative e di rinnovo dei CCNL. A parte la CGIL, che ha cambiato posizione per recupero di immagine e di perdite di iscritti (nel 2023, circa seicentomila in meno, più pensionati che dipendenti attivi in proporzione), schierandosi per il salario minimo seguiti a ruota dalla Uil, pur ribadendo in modo unitario con Cisl, Uil, Ugl e sindacalismo autonomo, tra i principali sindacati firmatari dei rinnovi dei CCNL, dell’egemonia (la loro) per la trattativa e rinnovo dei CCNL nelle principali categorie e settori, lamentandosi di un “concorrenza” pretesa come sleale, di sindacati che firmano CCNL depositati al Ministero del Lavoro a condizioni diverse (ma oggettivamente peggiorative, sembra la scelta se essere fucilati o impiccati), come strumento di ricatto padronale, in caso si provassero a definire aumenti fuori dai parametri e legami ristretti dei patti di compatibilità economica, di produttività, aumento di flessibilità, accordo del 10 gennaio 2014 (l’accordo della vergogna), impegni dell’Unione Europea. Quelli che si stanno dimostrando per motivi anche di bottega e di monopolio su rappresentanza e rappresentatività, contrario al pluralismo sindacale e a criteri effettivi, sostanziali ed equilibrati posti dalla stessa giurisprudenza di orientamento costituzionale, sono proprio i “sindacalisti”. L’importante è non sconvolgere gli equilibri di compatibilità del sistema, magari da movimenti interni alle loro confederazioni sindacali o di settori di elettorato non più sostenitore del governo in carica, che richiedano sostanziali aumenti salariali e migliorie sociali, che almeno ci riportino a situazioni pre-crisi finanziaria mondiale del 2008, per non parlare di meccanismi di parziale recupero del potere di acquisto di salari e stipendi e di redditi “di assistenza”, peraltro annullati dall’attuale governo come il reddito di cittadinanza, sulla stessa stregua dell’antica “scala mobile”, come meccanismo di parziale riequilibrio dell’aumento del costo della vita e di perequazione delle retribuzioni. FIGURIAMOCI! MAI PRENDERE AD ESEMPIO, L’ESPERIENZA DELLA VICINA FRANCIA, di ADEGUAMENTO AUTOMATICO DI SALARI E REDDITI, DELLE PENSIONI, CORRISPONDENTE ALLA CRESCITA REALE DEL COSTO COMPLESSIVO DELLA VITA.

    Per non parlare che molte delle forze che sostengono le proposte di legge sul “salario minimo”, sono stati con coalizioni di vario equilibrio politicante, al governo del Paese, anche con maggioranze notevoli in Parlamento e di proposte come queste, non ne hanno tirata fuori una né tanto meno aperto una discussione nel Paese…e non ci stavano nemmeno i livelli di inflazione esistenti o i costi, gonfiati e presunti, delle forniture energetiche di gas, luce, che hanno garantito alle grandi compagnie di fare profitti considerevoli, a prescindere dalla giustificazioni di conflitti locali nella vicina Europa o nel Medioriente.

    Inoltre, il costo sociale effettivo, per le categorie di lavoro dipendente subordinato che si trovino, per effetto della “libertà di contrattazione collettiva, compatibile con le regole del mercato” sotto la soglia fissata dalla proposta di opposizione sul salario minimo, NON ANDREBBE A CARICO DEL PADRONATO, ma andrebbe sul groppone di tutti e tutte coloro che lavorano, che nella competizione della contrattazione ottengono salari e aumenti risibili…meno da fame, quindi sulla stessa fiscalità generale anche con futuri aumenti di tasse e imposte, secondo un’antica massima, dove SI SOCIALIZZANO LE PERDITE E I COSTI E SI…DISTRIBUISCONO TRA PRIVATI (POCHI) GLI UTILI E I PROFITTI, dovendo pure fare ulteriori sforzi per aumentare la produttività e la competitività italica, di pari passo con la flessibilità e carichi di lavoro aumentati, rispetto alla competizione dei prodotti di altri Paesi capitalisticamente avanzati ed emergenti (dal capitalismo di stato cinese e russo, come quello targato Usa, fino a quello indiano…), difendendo allo stremo il “made in Italy”…tanto è vero che l’attuale governo ci ha intitolato pure un ministero, quello che una volta era dello sviluppo economico e delle attività produttive…

    OCCORRE quindi conoscere bene la STRUTTURA DEL SALARIO (diretto, indiretto e differito), COME SONO COMPOSTE LE BUSTE PAGA, con un lavoro ancora più capillare dell’informazione e della formazione delle classi lavoratrici specie delle generazioni oggi precarie destinate alle stabilizzazioni e alla nuova occupazione (part time e con sgravi contributivi e fiscali per chi promuove le assunzioni, a costi vantaggiosi) e delle generazioni più giovani, come lo fu nel secolo scorso per l’alfabetizzazione di massa e l’uscita dall’ignoranza. MA OCCORRE ANCORA DI PIU’, UN LAVORO DI TESSITURA DI UNA RINNOVATA COSCIENZA SOCIALE, CIVILE SE NON PROPRIO “DI CLASSE”, come elemento e fattore soggettivo determinante per spostare gli equilibri e i RAPPORTI DI FORZA, energia fondamentale per qualsiasi MODIFICA SOSTANZIALE dell’attuale stato di cose presenti. ATTUALMENTE, è il fattore sul quale la carenza è rilevante, tra lavoratori, lavoratrici, famiglie e composizione sociale, frammentata, meno solidale, refrattaria a prendere atto della CONSAPEVOLEZZA DI ESSERE SOGGETTI SFRUTTATI, DELLA NATURA NON EQUILIBRATA, NE’ GIUSTA di tale sfruttamento, spingendo in modalità massiccia, a ribellarsi in forma organizzata, dal basso e solidale, anche a livello internazionale, per la modifica della situazione. Tale consapevolezza non ci sta, anzi settori significativi di classi lavoratrici non solo non si considerano una “classe” contrapposta come bisogni e interessi al padronato e al capitalismo come sistema, ma nemmeno hanno la chiarezza di considerarsi lavoratori e lavoratrici…ma un nucleo di futuri “piccoli imprenditori di se stessi” o possibili candidati all’allargamento del lavoro parasubordinato, autonomo e “collaboratore continuato e coordinato”, negando le caratteristiche fondamentali di opposizione culturale e sociale di “salariati subordinati ma non domati”, dando un senso e un significato alla tendenza del SALARIO COME VARIABILE INDIPENDENTE DAL CAPITALE.

    Se invece, in questo scenario di arretratezza, si fornisce pure l’illusione di un “salario minimo”, come fasulla corrispondenza tra retribuzione pari alla qualità e quantità della prestazione lavorativa e del proprio e altrui sfruttamento, dove la retribuzione che si legge nella busta paga viene presentata come la giusta mercede del “lavoro”, si finisce anche in buona fede, per fare un regalo enorme al sistema capitalistico che campa sullo sfruttamento di persone e delle risorse naturali del pianeta in modo scellerato, per ottenere un utile e un profitto, alle peggiori tendenze di competizione e di guerra tra poveri-e, nello stesso Paese e in competizione con lavoratori e lavoratrici di altri Paesi, amici o meno che siano i rispettivi governi. Significherebbe, come detto all’inizio, il raggiungimento dell’obiettivo delle controparti, dello scadimento della dimensione sociale del salario e delle retribuzioni, facendo prevalere il concetto altrettanto fuorviante e falso, che le retribuzioni derivanti dalla contrattazione collettiva del “libero mercato”, i salari medi anche “minimi” fissati per legge, siano realmente la paga del lavoro svolto come giusta retribuzione (sic) e non un valore di scambio, variabile ai meccanismi di sfruttamento capitalistici oggi dominanti e ai “costi della produzione” competitiva, della prestazione lavorativa, quindi il lavoro e la forza lavoro, diventerebbero una merce come quelle che compriamo nei negozi e nei supermercati.

    Con l’effetto che SOLO COLORO CHE SAREBBERO SOTTO LA SOGLIA DI PAGA ORARIA “MINIMA” E DI SALARIO DIRETTO (fissata per legge o per contrattazione collettiva nei CCNL) SAREBBERO I VERI SFRUTTATI, DI SOLITO LE CATEGORIE E SETTORI PIU’ DEBOLI CONTRATTUALMENTE E RICATTABILI, SEMPRE PIU’ FLESSIBILI nei tempi, orari di lavoro, carichi di lavoro e IN-sicurezza sul lavoro, mentre TUTTI GLI ALTRI, CON SALARI MEDI CONVENZIONALI SOPRA LA SOGLIA MINIMA, SAREBBERO QUELLI “GARANTITI”, al di sopra dei livelli di miseria…
    UNA ILLUSIONE E UN BLUFF, IDEALE E CONCRETA, CHE NEMMENO CHI FACEVA IL GIOCO DELLE TRE CARTE A PORTA PORTESE, COME TRUFFA CON DESTREZZA, RIUSCIREBBE A FARE COSI’ BENE. Né vanno meglio coloro che propongono una LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE, con una soglia più alta di paga oraria minima rispetto a quella parlamentare proposta da opposizioni al governo in carica, non solo perché non sposta di molto il ragionamento di fondo, mettendo una cifra più elevata di paga oraria “minima”, ma perché con questo attuale Parlamento, da cui è scaturita l’attuale maggioranza di governo in carica, si affiderebbe uno strumento importante di democrazia partecipativa e diretta, la legge di iniziativa popolare, per doverla discutere e approvare. Quella maggioranza parlamentare di un governo sempre più espressione di spinte corporative e di interessi particolari, sempre buona a flettersi agli interessi della grande speculazione finanziaria, del modello di previdenza e assistenza retto da meccanismi assicurativi stile USA, con la speranza di vita e di copertura assicurativa per ottenere prestazioni sanitarie, di istruzione e di diritti collettivi legittimati dalla legge delega “Calderoli” sull’AUTONOMIA DIFFERENZIATA e degli effetti che produce, degli interessi delle multinazionali… MAGGIORANZA PARLAMENTARE E DI GOVERNO, DA SEMPRE CONTRARIA ANCHE AL “SALARIO MINIMO” pur edulcorato dalle proposte di opposizione parlamentare.
    Il rischio è che si tratti di una mezza presa in giro, che disarticolerebbe quella necessaria e attualmente insufficiente spinta, all’organizzazione diretta, allo sviluppo del conflitto sociale e di classe, non solo dei settori con paghe orarie medie convenzionali sotto pure la c.d. “soglia minima” dei 9 euro o anche di 10 euro, ma renderebbe ancora più debole i settori che, finora, anche nella contrattazione collettiva nazionale, riescono ad ottenere aumenti salariali che non siano quelli da fame delle categorie più deboli contrattualmente. Le nostre controparti, ci andrebbero a nozze e non si farebbero scappare l’occasione.

    La storia del genere umano e della lotta tra le classi sociali, che pure nell’Impero romano era riconosciuta come esistente, tra patrizi-nobili e plebei e l’ascesa di categorie intermedie di nuovi ricchi provenienti dal ceto plebeo, per lo sviluppo di commerci, traffici e nuovi mercati, basando la società romana sul censo e sulla differenziazione economica in maniera più marcata, rispetto a quella basata sulle origini o meno, nobiliari. I RAPPORTI DI FORZA, SONO E RESTANO NECESSARI.
    Ci tocca la prosecuzione del lavoro di informazione e di formazione, come i nostri antichi predecessori delle Camere del Lavoro “sindacaliste rivoluzionarie” e delle Case del Popolo, contribuendo allo sviluppo delle forme di mutuo appoggio e di cooperazione, anche internazionale, per l’utilizzo di forme naturali e non invasive, di produzione di risorse energetiche, fino alla costruzione di forme di autogoverno e di autorganizzazione sociale e non solo limitata al piano sindacale, tali da permetterci di ricostruire quel tessuto sociale che dia consapevolezza alle persone di far parte delle classi lavoratrici e dei settori popolari soggetti attualmente allo sfruttamento, di persone e di risorse del pianeta, fino a quei RAPPORTI DI FORZA RILEVANTI ED EFFICACI, A CAMBIARE IN MEGLIO LO STATO DI COSE PRESENTI. L’UNICA LOTTA CHE SI PERDE, E’ SEMPRE, QUELLA CHE NON SI FA…con uno slogan sintetico di uno dei nostri antichi fondatori (Giuseppe Di Vittorio), come pratica da agire nella quotidianità: ALLA LOTTA, AL LAVORO…

    A cura di Roberto Martelli, dirigente sindacale nazionale della Confederazione sindacale Usi fondata nel 1912 e ricostituita

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