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Perché Prodi deve fare le valigie

(1 Agosto 2007)

Il mese di luglio è un mese fatidico e negativo per i lavoratori. Nel luglio 1993 c’è stato l’accordo che aboliva definitivamente la scala mobile, tagliava radicalmente le pensioni e dava il via al progressivo peggioramento delle condizioni del lavoro nelle fabbriche e riduceva altre tutele sociali. Oggi, nel luglio del 2007, quell’accordo viene ripetuto mantenendo inalterati gli ulteriori peggioramenti intervenuti nel frattempo ed introdotti prevalentemente, ma non solo, dal governo Berlusconi quali ad esempio la legge 30. Le migliorie che i fautori dell’accordo invece sottolineano ed amplificano per ragioni prevalentemente politiche , compreso il cosiddetto aumento delle pensioni minime, sono marginali e non mutano perciò il giudizio negativo sul provvedimento. L’aspetto più grave sta però nel fatto che tutto questo avviene attraverso il metodo della concertazione tra governo e sindacati come lo fu quello del 1993 , metodo che si sta perciò confermando una vera e propria truffa organizzata ai danni dei lavoratori. A gioire – fatta salva la finzione scenica che la vuole titubante - è soltanto la Confindustria, e a piangere sono invece proprio e solo i lavoratori ,quelli di adesso e quelli futuri.

Il quadro che si presenta agli occhi di chi non intende farsi infinocchiare dalle sceneggiate prodiane e da una falsa , prezzolata ed interessata informazione si può riassumere così:

il sindacato confederale ha scelto ancora una volta di subire non una semplice sconfitta bensì una vera e propria umiliazione. La lezione degli anni scorsi evidentemente o non è servita o è la conferma che il sindacato preferisce un ruolo di passiva subalternità al sistema e alle sue perverse compatibilità. In ogni caso ne esce senza dignità. Può andar bene per CIS e UIL ma non per la CGIL. A suo tempo Bruno Trentin, segretario della CGIL, ben sapendo che con l’accordo che aveva sottoscritto procurava ingenti danni ai lavoratori che invece era chiamato a difendere, ebbe il coraggio di dimettersi. Epifani, invece, no, preferisce umiliarsi ed umiliare il suo sindacato mendicando a Prodi una qualche correzione all’accordo ed ottenendone peraltro un plateale rifiuto.

La sinistra esce distrutta. Non porta a casa niente, se non chiacchiere, di tutto quello che si era ripromessa e che aveva promesso ai propri elettori. Nemmeno il rispetto degli accordi sottoscritti peraltro non certo esaltanti . In nessun campo. Ora si trova sconfitta, divisa , indebolita e con sempre minore credibilità. E’ proprio vero il detto che “chi semina vento raccoglie tempesta”. Il duo Bertinotti-Giordano di Rifondazione e Diliberto dei Comunisti Italiani che si sono sperticati a volere a qualsiasi prezzo entrare nel governo dei neo-democristiani non poteva fare di meglio!

La democrazia italiana non è mai stata in pericolo quanto ora. L’Italia si sta fascistizzando. Anche grazie a certi sindaci diessini. Per i capitalisti la democrazia è uno dei lacciuoli che, o vanno adattati ai loro interessi, oppure vanno eliminati. Adesso siamo ancora nella prima fase ma hanno già messo le mani avanti alla ricerca dell’uomo della “provvidenza”che li possa eliminare. Ecco dunque che viene buono il referendum sulla legge elettorale finalizzato a concentrare il potere in poche mani amiche ma se non darà i risultati sperati si potrà però sempre ricorrere all’uomo forte di turno. E quale migliore modo per trovarlo se non di rovistare in casa altrui? Ecco dunque niente di meglio che sponsorizzare il partito democratico di Veltroni. Basta leggere le proposte di riforme annunciate da quest’ultimo per rendersene conto di questo disegno: la democrazia è in crisi? Aboliamola!. E’ un giochetto sperimentato in altri tempi che ci ha regalato il ventennio del socialista Benito Mussolini.

Di fronte a questo quadro della situazione le scelte che io vedo possibili sono soltanto due:

accettare la situazione, accontentarsi di ridurre i danni senza però evitarli ed aspettare che eventi attualmente non prevedibili possano invertire la rotta;

non accettare questa situazione, recuperare un progetto di società alternativo, rompere con alleanze autolesioniste, prepararsi allo scontro aperto con i vecchi e nuovi avversari , fare del conflitto l’essenza della democrazia reale , organizzare le mobilitazioni anche di piazza, rifiutare la legalità di regime perchè l’unica da rispettare è quella sancita dalla Costituzione del 1948 e non i vari codici “Rocco”.

Occorre ricordare, a supporto della prima ipotesi, come l’evento che fece cadere il regime fascista fu il coinvolgimento dell’Italia nella guerra a fianco della Germania nazista. Un’ipotesi simile non è da escludere nemmeno ora vista la propensione “militarista” che unisce lo schieramento politico che va dal Partito democratico ad Alleanza nazionale secondo il detto latino “si vis pacem para bellum” e la sua subordinazione alle politiche guerrafondaie degli Stati Uniti d’America. Ma non è pure escluso che un altro evento possibile sia dato da sommovimenti interni. A me pare evidente , infatti, che se dovesse passare una riforma elettorale che punta esplicitamente ad escludere dal parlamento le forze minori , in primis e principalmente quelle anticapitaliste ed antagoniste, quest’ultime non avrebbero alternativa se non quella di “ scendere in piazza” ed ove, come è probabile, questo fosse loro impedito in nome della legalità di regime , la reazione non potrebbe che essere decisa e la risposta alle violenze del sistema altrettanto e legittimamente violenta.. Forse è per impedire queste ipotesi che Bertinotti, a garanzia del sistema, con un cambio di fronte di 360 gradi, abbandonando i movimenti, lanciò a suo tempo la teoria della “ non violenza”?

Poiché è del tutto ovvio che il ricorso alla violenza va evitato, l’ipotesi su cui lavorare non può essere che il secondo percorso pure esso non privo di ovvie difficoltà e rischi. Esso perciò va intrapreso con grande convinzione , determinazione sapendo che dal capitale potrebbero arrivare provocazioni tali da indurre i movimenti ad una risposta violenta che sarebbe utilizzata come pretesto per una repressione di massa. Napoli e Genova 2001 ( non a caso con governi di diverso orientamento) insegnano . Ma ricordiamo anche ciò che è successo negli anni ’70 dalla strage di piazza Fontana a quella di Bologna passando per Brescia e l’Italicus…

Il percorso auspicabile a mio giudizio dovrebbe così svilupparsi:

a) sul piano sindacale: la CGIL dovrebbe riprendere la propria autonomia d’azione rispetto a CISL ed UIL e ritornare ad essere un sindacato di classe e di sinistra;

b) sul piano politico: occorre ricostruire le due grandi famiglie della sinistra italiana che furono protagoniste della seconda metà del novecento: quella comunista e quella socialista. Quelle famiglie che negli anni ’60 e 70 pur in collocazioni diverse sul piano governativo favorirono con la crescita economica complessiva del paese conquiste sociali, condizioni di lavoro, e riconoscimento di diritti civili all’avanguardia rispetto al resto dell’Europa. Esattamente ciò che oggi anche gli stessi autori di allora – i voltagabbana- cercano di distruggere. Compito di queste due grandi famiglie dovrebbe essere quello di costruire, proporre e realizzare un progetto di società socialista, laica , anarco-libertaria , pacifista che ponga al centro la dignità dei lavoro e dei lavoratori , che sia antagonista e alternativa a quella attuale che è capitalista , liberista e clericale e potenzialmente imperialista . Un progetto che dovrà assicurare un diverso rapporto tra istituzioni, cittadini e movimenti , una diversa informazione che non deve essere più al servizio delle lobbies economico-finanziarie e delle sue escrescenze politiche, una magistratura davvero indipendente, la tutela della sovranità nazionale e della laicità dello stato e l’assoluto rispetto dei principi fondamentali , nello spirito e nella lettera, della costituzione del 1948, spirito e lettera che non devono essere contraddetti, limitati o subordinati dall’ adesione ad alleanze come la Nato ovvero dalla partecipazione ad organismi internazionali quali l’attuale ONU o l’attuale UE. Solo con questi obiettivi ha senso parlare di partito unico della sinistra.

Presupposto indispensabile per il rilancio della sinistra attraverso un tale progetto alternativo è la sua capacità di attrarre consenso che avverrà soltanto se essa rinuncerà ad alimentare illusioni e sarà capace di far crescere autentiche nuove speranze, se saprà con esse far rinascere la voglia di partecipare, di mobilitarsi, di combattere, se conquisterà il supporto degli intellettuali e degli uomini del “sapere”. Altra condizione indispensabile è il ricambio totale del ceto politico della sinistra perchè chi ci che ha portato alla disfatta attuale non è in grado di riparare ai guasti ed in ogni caso non sarebbe credibile.

La CGIL va liberata da un gruppo dirigente burocratizzato che ha prodotto negli anni autentici mostri: la pletora di sindacalisti che passati alla politica o diventati opinionisti hanno abbandonato la causa dei lavoratori per sposare quella dell’avversario di classe. L’esempio più recente è l’attuale ministro del lavoro Damiano. Ma anche chi è rimasto a dirigere questo sindacato va tolto di mezzo perchè non è più culturalmente in grado di rappresentare chi sta nelle fabbriche, negli uffici a fare straordinari non pagati, nelle catene di montaggio a fare i turni di notte ; chi ha un lavoro precario, chi lavora a progetto o nei call-center e non è più una persona ma un numero dato in affitto o in leasing. Vanno tolti di mezzo coloro- e purtroppo sono tanti- che ritengono che “fare il sindacalista” non sia più una missione ( come dicevano pur in ambiti diversi Di Vittorio ed Enrico Berlinguer) bensì una professione la cui difesa è diventata prevalente rispetto alla funzione del sindacato. Il sindacato, la CGIL deve dunque ritornare nelle mani dei lavoratori “con i calli”.

Ugualmente si deve parlare per il ceto che guida i partiti della sinistra. Fintanto che avremo uno SDI così lontano per scelta di campo da quello che fu il partito di Nenni-De Martino e Lombardi, fintanto cioè che ci saranno i Boselli e in un futuro non lontano anche i Craxi e i De Michelis , fintano che la Sinistra democratica di Mussi e Salvi non chiarirà in che cosa consista il loro riformismo ed il loro socialismo europeo , sarà difficile costruire la prima delle due gambe della “nuova sinistra italiana”. Così come sarà difficile costruire l’altra indispensabile gamba, quella comunista, senza la quale ogni disegno di sinistra sarebbe peraltro velleitario; infatti fintanto che i comunisti di Rifondazione resteranno legati al carro di Bertinotti che per sua stessa ammissione non ha proprio nulla di comunista , o fintanto che il comunismo a parole di Diliberto si scontra giorno per giorno con la pratica subalternità alle ragioni dei riformisti in nome della aberrante teoria della “riduzione del danno”, non si va in nessuna parte. Occorre che Rifondazione si liberi di Bertinotti e dei bertinottiani il cui approdo alle idee del socialismo europeo è quanto mai evidente oppure che i comunisti rifondaroli , senza ulteriore indugio, si liberino di questo ibrido che è Rifondazione- sinistra europea. A sua volta il PDCI –ora che si è liberato di Cossutta – deve liberarsi del cossuttismo e dei suoi epigoni . Il bisturi dunque va affondato in profondità ,alla radice perchè il tumore che sta distruggendo la sinistra è esteso, si muove rapidamente e quindi altrettanto rapidamente va estirpato. Solo così si potrà avviare un processo di Costituente che abbracci tutta la diaspora comunista .Solo così la proposta politica di rilancio di tutta la sinistra potrà apparire credibile ed invertire il processo del “tutti a casa”.

Ed è più che mai necessaria riproporre la centralità della di classe senza la quale nessun cambiamento risulterà mai possibile. Lo sciopero, ove necessario, deve ritornare ad essere uno strumento reale ed efficace di questa lotta e non lo specchietto per le allodole dietro il quale si sono finora nascoste le pastette politico-sindacali-padronali. La nuova alleanza a sinistra, il nuovo partito della sinistra deve puntare alla lotta , al conflitto sociale e proporsi come obiettivo quello di riconquistare per il lavoratori e con i lavoratori quanto è stato perduto nei decenni in fatto di salario, di sicurezza e dignità del lavoro, di stato sociale. I lavoratori devono tornare ad essere padroni di se stessi e liberi nelle proprie scelte. Mutuando uno slogan di qualche anno fa si potrebbe dire che in Italia una nuova sinistra è possibile! Basta crederci e volerlo. Con una avvertenza: non c’è un minuto da perdere.

Lucio Costa - Cadoneghe (PD)

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