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PER UN PROGETTO COMUNISTA, PER UN POLO AUTONOMO DI CLASSE

documento della minoranza al I° congresso regionale veneto del prc (prima parte)

(30 Novembre 2002)

INDICE

Premessa [ leggi... ]
1. Introduzione [ leggi... ]
2. I capitali nel veneto: tanti interessi in una regione sola [ leggi... ]
3. Il vento dell'ovest: gli interessi imperialistici della borghesia veneta [ leggi... ]
4. I lavoratori in veneto: una regione a forte concentrazione operaia, una regione con una classe fortemente disgregata [ leggi... ]
5. La piccola borghesia tra paura e ribellione: padroncini, contadini e commercianti nell'integrazione europea [ leggi... ]
6. Centrosinistra e centrodestra: i due poli della borghesia veneta [ leggi... ]
7. Tra concertazione e lotta di classe: movimenti e sindacati di fronte alla fase [ leggi... ]
8. Tra accordi e movimentismo, un partito collassato: il prc nel veneto [ leggi... ]
9. Per una politica marxista rivoluzionaria dei comunisti veneti: la nostra proposta [ leggi... ]

Premessa: Questo documento vuole essere un'articolazione ed un'integrazione regionale dei documenti " Un progetto comunista rivoluzionario nella nuova fase storica" e " Per l'egemonia del progetto rivoluzionario tra i giovani" presentati al V° congresso del Prc e alla II Conferenza nazionale dei GC. Un contributo ai comunisti del Veneto, a cui spetta sviluppare l'analisi del quadro economico e politico regionale, delle sue connessioni con gli avvenimenti nazionali ed internazionali. Ma oltre a questo è necessario costruire una prospettiva di radicamento nel proletariato, a partire dal quale sviluppare un'opposizione conseguente alla classe borghese dominante, ai suoi partiti, alle sue politiche e ai suoi governi. Una prospettiva in grado di coniugare l'immediatezza rivendicativa con l'abbattimento del modo di produzione capitalista, ancorata all'autorganizzazione proletaria e diretta dal Partito rivoluzionario, per costruire la transizione socialista.

1. INTRODUZIONE: alcuni elementi di contesto

1.1 Una crisi di sovrapproduzione attanaglia ormai da più di un quarto di secolo il sistema capitalistico mondiale. Una crisi che ha acuito le tensioni tra le aree a capitalismo avanzato (Nordamerica, Europa, Asia orientale), in un mercato mondiale unificato dopo l'89 sotto il segno delle politiche neoliberiste. Una crisi che, attraverso la ristrutturazione tecnologica e le sconfitte nelle lotte operaie dei primi anni '80, ha determinato una scomposizione soggettiva ed oggettiva della classe lavoratrice. Una crisi che ha stimolato la finanziarizzazione e la dirompente espansione del mercato, alla disperata ricerca di nuove possibilità di messa a valore del capitale; un'espansione territoriale (in Cina, nei paesi dell'est, tra le popolazioni ai margini del mercato mondiale) come anche all'interno della struttura socio-economica (servizi pubblici, nuove tecnologie, ecc). Un'espansione che, lungi da stabilizzare la crisi, sembra rilanciarla con sempre maggior forza.

1.2 Dopo l'89 i governi borghesi europei, espressione della sinistra riformista come della destra conservatrice, hanno rilanciato l'integrazione con l'Unione Europea, la Banca Centrale e la moneta unica. Un processo che dall'accordo di Maastricht al Patto di stabilità è stato centrato sulle politiche liberiste, le privatizzazioni, l'attacco ai lavoratori. Un processo che sta sviluppando un capitale continentale (banche, acciaio, aerospaziale, telecomunicazioni, energia, autostrade, ecc), nonostante le resistenze del capitale nazionale e della piccola/media borghesia che difendono la propria sopravvivenza, della classe operaia e delle masse popolari che subiscono i costi di questa strategia.

1.3 Gli Stati Uniti stanno parallelamente accelerando l'integrazione del continente americano, dal Nafta (1994) all'Afta (2005), dalla dollarizzazione forzata (Equador, Paraguay, ecc) sino agli interventi militari (Panama, Venezuela, Colombia). Un'integrazione segnata dalla crescente frizione con la UE ed il Mercosur: l'esportazione di merci e capitali europei in Argentina e Brasile ha, infatti, ormai sostanzialmente eguagliato quella statunitense. Il governo americano, nonostante l'apparente diversità tra Democratici e Repubblicani, ha ribadito per un decennio la volontà di mantenere la supremazia sfruttando il predominio militare: una volontà testimoniata dagli interventi in Medio oriente (guerra nel Golfo e appoggio ad Israele), nel processo d'integrazione europeo (Yugoslavia), in quello africano (Somalia e Congo) come in quello asiatico (Afghanistan).

1.4 In Asia convivono diverse potenze economiche e militari fra loro in concorrenza: Cina, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India, Pakistan, Russia. Negli ultimi anni sono emerse sia chiare politiche di potenza (guerra indo-pakistana del 1999/2000, crisi missilistica di Taiwan, riarmo giapponese, rincorsa nucleare, ecc.), come tentativi ripetuti di avviare processi di integrazione (inglobamento di Hong Kong; nuove relazioni tra Giappone e Corea del Nord; Patto di Shangai; proposta del leader nazionalista indù Advani di confederazione del subcontinente indiano; accordo tra la Cina e l'Asean per un'area di libero scambio a partire dal 2004, che raccoglie i paesi dell'area eccetto Taiwan, il Giappone e le due Coree). In questo contesto si è assistito alla crescita delle forze capitaliste in Cina, con le privatizzazioni decise all'ultimo congresso del PCC e il ruolo assunto da importanti aziende cinesi nel mercato mondiale (telecomunicazioni, logistica, computer, ecc). In una fase complessa, in quasi tutti questi paesi si stanno consolidando borghesie nazionaliste che rivendicano, anche e soprattutto dopo la crisi del 97, la propria autonomia dai paesi occidentali, la necessità di un'integrazione fra le potenze dell'area, la definizione di un'area di controllo sul Pacifico.

1.5 Gli attenti dell'11 settembre hanno rilanciato il riarmo americano, già iniziato con il progetto dello "scudo spaziale". I contrasti interimperialistici, in un quadro di netta supremazia americana e di conquista di autonomia delle altre aree continentali, sono accentuati dalla volontà di controllare le aree geopolitiche nodali, le risorse energetiche e corridoi di trasporto. La guerra diventa strumento di difesa della propria area monetaria, del controllo sui mercati, degli interessi delle proprie multinazionali. Con Enduring freedom gli Stati Uniti entrano in Afghanistan e nelle repubbliche centroasiatiche, posizionando stabilmente un proprio contingente a ridosso delle risorse energetiche fondamentali per lo sviluppo industriale asiatico. Con la guerra all'Iraq ed il sostegno all'espansionismo israeliano si garantiscono il controllo militare sui principali giacimenti al mondo, in una strategia neocoloniale volta a ridisegnare stati e governi di quell'area.

1.6 La guerra è anche un fattore anticiclico rispetto alla crisi economica stessa. L'esplosione della bolla speculativa americana, la crisi radicale che ha investito le tlc, la strutturale instabilità dei mercati finanziari nell'ultimo decennio (Messico 94, Asia 97, Russia 98) hanno aperto le porte ad una nuova, più pesante, recessione mondiale. Il riarmo americano del 2001 segna l'avviarsi di una svolta: il passaggio da un orizzonte di politiche neoliberiste (che hanno favorito lo smantellamento dei confini nazionali e la formazione di aree continentali omogenee), a politiche protezioniste di consolidamento dei blocchi (sovvenzioni all'agricoltura, acciaio, aerospaziale, aereonautica, sistema della difesa, ecc). Un cambio di fase che vede la ripresa di un nuovo intervento statale, segnato dalla militarizzazione, ma anche da politiche keynesiane di difesa e rilancio dei mercati interni.

1.7 Nel nostro Paese la crisi e l'integrazione europea hanno provocato sensibili modificazioni nella composizione del grande capitale, determinando rilevanti processi di frantumazione, acquisizione e scomposizione: basti pensare alle vicende che hanno attraversato Olivetti, Montedison, Ferruzzi, Nuovo Pignone, Omnitel, Infostrada o Telecom Italia. Processi che hanno coinvolto la più importante impresa italiana, la Fiat, in crisi nel suo passaggio da gruppo centrato sull'auto a finanziaria con forti interessi nei servizi a rete. Nel nostro paese resistono ancora poche grandi multinazionali in grado di mantenere un ruolo indipendente nel panorama continentale (Pirelli-telecom, ENEL, ENI); alcuni poli bancari e finanziari che hanno raggiunto dimensioni ragguardevoli, seppur tutti significativamente affiancati da soggetti europei (Unicredito, Intesa, Capitalia, S.Paolo-IMI, Generali); nuove concentrazioni di capitale (Benetton, ex-municipalizzate, Riva, ecc), che iniziano a giocare la propria partita sul terreno nazionale e continentale. Ma il grande capitale italiano, a distanza di un decennio dal '92 (avvio dell'Ue e collasso del sistema politico economico), si vede espulso da importanti settori ad alta intensità di capitale: l'informatica, dove c'era l'Olivetti; le biotecnologie, dove provava a svilupparsi Agrimont; la chimica, da cui si sono ritirate sia la Montedison che l'Eni. Le esportazioni italiane si reggono sulle medie imprese che offrono prodotti non particolarmente avanzati, in particolare nei settori "maturi" delle macchine utensili, dell'agroalimentare, del legno-arredo, dell'abbigliamento.

1.8 Il sistema industriale italiano, come è stato reso evidente dalle recenti vicende di Confindustria, è oggi sostanzialmente composto da un quadro di imprese medio-grandi, medie, piccole e piccolissime. Un tessuto composito, cresciuto con la svalutazione della lira del '92 e la proiezione sui mercati stranieri, in cui sono evidenti diversi processi: una crescente dipendenza dai committenti di filiera (italiani, ma anche francesi, tedeschi, ecc); una concentrazione che ne sta riducendo la polverizzazione; un significativo inserimento di banche e multinazionali straniere (soprattutto svedesi, francesi e tedesche, qualcuna americana e anche asiatiche, come nella logistica e nelle telecomunicazioni). Un sistema industriale che, seppur fragile per dimensioni e tecnologie, è proiettato sul mercato mondiale: se nel 2000 circa 500.000 lavoratori italiani erano occupati da multinazionali straniere (escludendo la Fiat, che avviava un accordo di acquisizione con la GM), circa 600.000 stranieri lavorano per imprese italiane nel mondo. Piccole e grandi multinazionali sviluppano i propri mercati e la propria filiera produttiva nei paesi dell'Europa dell'est, in Sudamerica, nell'Africa del nord, in Asia centrale.

2. I CAPITALI NEL VENETO: TANTI INTERESSI IN UNA REGIONE SOLA

2.1 Dietro la maschera del cosiddetto "nordest", il capitale in Veneto presenta molte facce. Analizzando la realtà della piccola e media impresa, dei nuovi "miracoli" imprenditoriali degli anni 80/90, della scomposizione del polo veneziano emerge una struttura industriale complessa: un capitale con una composizione articolata e diversi interessi fra le sue frazioni. Se l'impresa manifatturiera domina il panorama della regione, al suo interno si scorgono crisi, processi di aggregazione, filiere continentali, micromultinazionali, settori di nicchia; intorno ad essa fioriscono nuove grandi famiglie, grandi concentrazioni bancarie, multinazionali straniere. Nonostante l'apparente omogeneità, non c'è un modello veneto, non c'è un sistema nordest, non c'è la capacità di costruire un blocco sociale e di governo consolidato.

2.2 Il Veneto è una regione industriale. Quasi il 50% dei lavoratori è operaio in una fabbrica manifatturiera. Negli ultimi vent'anni è prosperata un'impresa ad alta intensità di lavoro e a basso valore aggiunto, centrata su settori tradizionali come il metallurgico, il legno-mobilio, il tessile-abbigliamento, le calzature, la produzione di macchine utensili, l'alimentare. Questi settori, infatti, assorbono circa il 70% del comparto manifatturiero, sia in termine di industrie che di lavoratori. Una presenza caratterizzata dalla diffusione di piccole e piccolissime imprese, di distretti industriali, di laboratori artigianali. La maschera con cui questa regione si presenta al mondo ha un nocciolo di realtà, che non è fatta di lavoratori cognitivi o presunti modelli postfordisti, ma dall'industria e dalla moltiplicazione sul territorio delle unità produttive: le nuove imprese registrate in Veneto nel 2001 sono state il 7,8 % del totale, le cancellazioni un po' meno, con un saldo a fine anno di 1416 imprese in più.

2.3 La piccola e media impresa veneta è attraversata, come tutto il capitale italiano, da tumultuose ristrutturazioni, scomposizioni e ricomposizioni.

- Ci sono industrie che hanno messo a frutto negli anni passati il controllo sulla forza lavoro, la svalutazione della lira, la vicinanza di nuovi mercati; capitali che oggi tentano di mantenere e stabilizzare questi fattori in un contesto mutato, con una piena occupazione, l'euro, l'allargamento dell'Europa.

- Ci sono imprese che sono messe in difficoltà dalle loro ridotte dimensioni, dall'assenza di un retroterra istituzionale (credito, ricerca, infrastrutture), da una competizione interna all'euro centrata sulla qualità e da una esterna centrata sui costi.

- Ci sono imprese che si allargano, fondendosi o acquisendo con i più vicini concorrenti: basti pensare alla vicenda della Golfetto, della Berna e della Sangati, che oggi compongono tra Padova e Treviso il secondo gruppo mondiale per la produzione di mulini, la GBS.

- Ci sono aziende che sono semplicemente acquisite e inglobate da pesci più grossi, come la Peermasterelisa, esempio pluricitato di successo nordestino, su tutte le prime pagine del mondo dopo il crollo delle Twin Towers (costruisce rivestimenti per grattacieli), recentemente acquisita dal gruppo Benetton.

- Ci sono spezzoni di lunghe filiere produttive europee, legate ai propri capi-commessa, alle necessità di un just in time continentale, ad esigenze di costo e di qualità dettati da altri.

- Ci sono industrie e distretti che, lungi dallo scomparire, hanno stabilizzato i propri mercati: basti pensare alla realtà del ciclo del freddo, che vede concentrare nelle province di Padova, Verona e Vicenza il 40% della produzione europea, con un centro di ricerca nazionale, istituti professionali per la formazione di manodopera, localizzazione di unità produttive da parte di diverse multinazionali e lunghe catene di subfornitura locali.

Questa realtà composita, che per grande parte sta subendo pesantemente il processo di integrazione europea e la crisi in corso, chiede una maggiore presenza da parte dello Stato (finanziamenti, infrastrutture, servizi) e intende scaricare ulteriormente i costi della propria ristrutturazione sulla forza lavoro. Dalle concerie del vicentino agli scarpari della Riviera del Brenta, sono la manovalanza di Tognana e della Life, delle spinte a far saltare i CCNL e a disarticolare il sindacato, delle richieste di abbattere le tasse e costruire il passante di Mestre.

2.4 C'è un capitale emergente medio-grande, che nella crisi di questi anni sta crescendo grazie all'acquisizione di imprese più deboli, all'integrazione con altre simili, alla scomparsa dei concorrenti, alla conquista di alcuni settori dei servizi pubblici (trasporti, infrastrutture, servizi di base). Un capitale che sta costruendo una propria "grande" struttura ed una propria "grande" strategia imprenditoriale; multinazionali che stanno consolidando i propri mercati e le proprie filiere internazionali; industrie che hanno recentemente formato un proprio managment, un proprio azionariato, veri e propri gruppi finanziari. Aziende con un fatturato compreso tra i 500.000 e 1.000.000 di euro, come l'Aprilia, la De Longhi, la Safilo, la Fiamm, l'Arneg, la Carraro, la Veronesi, l'Aeronavali, la Finmek, le acciaierie Valbruna; imprenditori come Sinigaglia, Amenduni, i Coin, Bastianello, Boscolo, Caovilla. Un capitale che sta ponendosi il problema della ricomposizione degli interessi imprenditoriali, che sta stringendo insieme al grande capitale regionale un patto politico e finanziario, che intende assicurarsi la gestione del territorio. Il cambio di maggioranza operato due anni fa nel Gazzettino da una cordata di questi industriali, il patto di sindacato in Antonveneta, il dinamismo della controllata Interbanca che sta acquisendo quote di azioni in importanti imprese in regione e sul piano nazionale: sono tutti segnali non solo di un intreccio di interessi sempre più forte ed evidente, ma anche di una rinnovata progettualità economica e politica.

2.5 In Veneto ci sono anche concentrazioni di capitale di rilevanza continentale, realtà come quelle dei Marzotto, di Del Vecchio, ma soprattutto dei Benetton.

- All'interno del processo di decadenza delle grandi famiglie (gli Agnelli, i Falk, i Ferruzzi, ecc), vale la pena di sottolineare che i Marzotto tengono il controllo del proprio impero tessile. Tuttora seduti ai diversi tavoli di raccordo e decisone del grande capitale, stanno ristrutturando il proprio gruppo, trasferendo molte produzioni nei paesi dell'est, dismettendo il tessile di base, consolidando la propria struttura finanziaria, acquisendo marchi importanti nel settore della moda (Valentino, Hugo Boss, Marlboro Classic).

- Luxottica è diventata una multinazionale centrando la propria crescita non sulla produzione diretta e in conto terzi degli occhiali, ma acquisendo il controllo di importanti aziende di commercializzazione sul mercato statunitense (il principale del settore). Oggi più dei due terzi del suo fatturato sono esterni alla produzione di occhiali, realizzando una delle più solide imprese nazionali. Un capitale locale che si proietta in Europa, diventando un elemento centrale del capitale italiano e un giocatore rilevante nei nuovi equilibri in formazione.

- Nello stesso tempo è apparsa sempre più evidente l'importanza del gruppo Benetton, ad oggi tra i 10/15 principali attori capitalistici italiani sia per capitalizzazione che per fatturato. Un'azienda tessile passata dal binomio franchising - subfornitura degli anni '80 ad un conglomerato finanziario che controlla Autostrade, Grandi stazioni, una quota di Telecom e della Pirellina, Antonveneta (settima banca nazionale), un ingente patrimonio immobiliare (stimato superiore ad un miliardo di euro). Un conglomerato con interessi e proiezioni in settori ad alto valore aggiunto, come le biotecnologie (xenotrapianti), le Tlc, i servizi di base.

2.6 All'interno del territorio regionale è necessario anche segnalare la presenza di alcune unità produttive appartenenti a multinazionali straniere o a grandi imprese italiane. Una presenza che incide sulla realtà veneta per diversi aspetti. Da una parte intorno a questi siti prolifica un ampio indotto, una costellazione di capitali che si sviluppano ai margini o in alcuni segmenti del processo produttivo: imprese contoterziste che forniscono semilavorati, servizi di pulizia e manutenzione, cooperative di gestione della manodopera, imprese di trasporti e logistica, ecc. Dall'altra queste fabbriche si caratterizzano spesso per una significativa concentrazione operaia, un'alta sindacalizzazione, un'importante contrattazione di secondo livello. Gli svedesi dell'Elletrolux (Zanussi), la Fincantieri, l'Alcoa, la General Eletric (Nuovo Pignone), il complesso dell'Enichem, con alcune linee produttive già vendute all'americana Dow Chemical ed altre sul mercato in questi mesi. Se nell'evolversi del quadro economico va evidenziata la progressiva riduzione del peso del grande polo di Marghera, sia per numero di addetti che per importanza nel panorama economico, una fetta significativa della classe rimane legata a questo settore del capitale, alle sue vicende e alle sue dinamiche.

2.7 Nel processo di finanziarizzazione stimolato dalla lunga crisi di sovrapproduzione, si inserisce nel 1992 la riforma del credito che ha accelerato la fusione fra capitale industriale e finanziario. Nel giro di pochi anni le principali banche italiane sono state privatizzate, dando vita ad un velocissimo processo di accordi e unioni fra diversi istituti. Il sistema creditizio veneto, una volta rete di controllo sociale della chiesa cattolica e delle correnti democristiane, è stato rapidamente interessato da questi processi. Alla fine del decennio tre poli bancari dominano la regione, perfettamente integrati nel sistema nazionale.

La Cariverona e CassaMarca sono tra i soci fondatori dell'Holding Unicredito. A partire dal 2003 questo istituto costituirà tre nuove aziende, una di queste, la corporate dedicata alle aziende, avrà sede a Verona. I gruppi dirigenti locali delle due Casse di risparmio si sono garantiti un posto ai vertici di una delle quattro grandi banche italiane.

La Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo ha federato intorno a sé le casse della regione fuori dal circuito di Unicredito, creando con la Cassa di Bologna il gruppo Cardine. Questo gruppo si è fuso con la San Paolo-Imi, portando esponenti della Cassa Padovana nel nuovo CdA e trasferendo nella regione il controllo dei nuovi mercati orientali di tutto il gruppo.

L'Antoveneta è legata ad ABN Amro, banca multinazionale olandese con una solida presenza in Capitalia, ed ha avviato una lunga serie di acquisizioni in tutto il territorio nazionale. Nonostante la tendenza dell'istituto olandese ha portarla nell'orbita romana, Antonveneta sembra rimanere ancorata ai propri azionisti padani. L'istituto (in cui hanno una significativa presenza il gruppo Benetton, lombardi come Gnutti e Doris, la cordata dei nuovi imprenditori veneti) si posiziona tra le prime 10 banche del paese, ed è presente in tutti i grandi passaggi proprietari di questi anni, da Omnitel alla Telecom.

2.8 Infine bisogna ricordare un'ultima componente del capitale veneto che, crediamo, nei prossimi anni giocherà un ruolo sempre più significativo. La collocazione geografica della Regione ne fa uno snodo stradale e ferroviario europeo, proiettato verso i corridoi Sud-Orientali. Nei prossimi anni assisteremo ad una crescita dei trasporti determinata dalla delocalizzazione delle industrie, dall'allargamento dell'UE, dall'attivazione di nuovi corridoi energetici. L'interporto di Padova, il Porto di Venezia e il nodo ferroviario di Verona si candidano ad essere i principali gestori di questo snodo. Un complesso di infrastrutture in via di privatizzazione, che già oggi rappresentano una rilevante concentrazione di capitale, ma che possono moltiplicare la loro importanza se attiveranno altri capitali per competere con Trieste/Capodistria, con il corridoio bavarese, con il Tirreno. Una realtà su cui già puntano gli occhi capitali stranieri (come Psa, Hutchinson e le Ferrovie tedesche), cordate locali e clientelismi politico-elettorali.

2.9 La devastazione ambientale del territorio veneto è oggi un portato intrinseco della logica del profitto e del libero marcato. Gli anni novanta hanno visto il moltiplicarsi dei problemi e delle crisi ambientali, con una relazione sempre più stretta fra l'involuzione delle condizioni politico-sociali e il peggioramento delle condizioni del territorio. Le dinamiche del modo di produzione capitalistico hanno portato all'estensione dei vecchi problemi (inquinamento, nocività delle fabbriche, devastazione del territorio) e alla creazione di nuove emergenze su scala sempre più estesa (rifiuti, buco ozono, deforestazione, ecc). Le sconfitte operaie degli ultimi venti anni, la riduzione dei costi produttivi dettata dalla crisi porta infatti ad abbattere anche le misure di protezione ambientale e prevenzione sanitaria, a sfruttare le risorse ed il territorio nel modo più distruttivo, a ignorare vincoli sociali e compatibilità ambientali.

La storia del capitale veneto è la storia di questa pesante devastazione dell'ambiente e delle condizioni sanitarie per i lavoratori e per la popolazione. Una devastazione attuata dal capitale in tutti i suoi livelli, dal grande capitale ai piccolissimi laboratori in subfornitura. Dalla SAVE del conte Volpi, ideatore della prima raffineria a Marghera, passando per l'inquinamento di Montedison/Enichem in laguna e all'amianto delle OMS di Padova, per arrivare sino alle recenti scelte di avviare uno dei primi centri europei per xenotrapianti a Padova o alle ampie aree coltivate ad Ogm nella regione. Dall'assenza di Piani regolatori e controlli nella costruzione delle quasi 2.550 aree industriali della regione, alla realizzazione di interi distretti ad alta nocività umana e ambientali (come la concia nel vicentino).

Nei prossimi anni le ristrutturazioni in corso nel capitale veneto, lungi dal ridurre o controllare queste tendenze, rischiano di ampliare e rilanciare la distruzione delle risorse ambientali. Basti pensare, ad esempio, alla realtà del basso Polesine, legata alla costruzione di un nuovo terminale energetico nella regione. Nell'area si concentrano infatti la centrale termoelettrica Enel di Polesine Camerini, la centrale a metano Edison di Porto Viro, il progetto per il terminal gasiero a Porto Levante, il progetto di una nuova centrale a metano ad Adria-Loreo. Una zona che comprende un'importante area ambientale come il Parco del Delta, che registra un'alta disoccupazione e bassi tassi di sviluppo economico, che sta subendo una pesante erosione demografica (71.000 abitanti nel 2001 contro i 75.000 di dieci anni fa). Una nuova area di servitù del sistema produttivo del Nord Est, con un territorio mercificato e commercializzato, in nome di un colossale business dell'energia e dei rifiuti.

[ continua... ]

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