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Sabra e Chatila

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(15 Settembre 2013) Enzo Apicella

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    La situazione in Guyana e la sua storia

    (29 Giugno 2017)

    guyana

    La Guyana fa parte dei “territori non metropolitani” della Francia, che si estendono su 120.000 kmq con una popolazione superiore a 2,7 milioni, il 4% della popolazione francese complessiva. Sono territori retaggio dell’antico impero coloniale, in America, in Oceania, nell’Oceano Indiano e nell’Antartide: Mayotte, Guadalupa, l’Isola della Riunione, la Guyana, la Martinica, Saint Martin nei Caraibi, Saint Pierre e Miquelon, la Polinesia francese, la Nuova Caledonia, ecc. La situazione sociale non è prospera in alcuno di essi.

    Lo Stato francese si impossessò della Guyana nel XVII secolo. La colonizzazione da parte di europei, poco abituati alle difficili condizioni di vita e di clima, fu presto rimpiazzata da schiavi africani. Colbert vi fece introdurre la cultura della canna da zucchero. La classe dominante francese, prima l’aristocrazia poi la borghesia, vi mantenne una economia di tipo schiavista fino al 1848, data della seconda abolizione dello schiavismo, dopo quella imposta dalla Rivoluzione nel 1794, ma abrogata da Napoleone nel 1804. Divenne un dipartimento francese nel 1797. Fu poi progressivamente trasformata in colonia penale e con Napoleone III divenne un bagno penale con una rete di campi e di penitenziari lungo la costa dove venivano deportati i condannati per reati comuni e politici, fra cui molti comunardi nel 1871. I prigionieri erano condannati ai lavori forzati nell’”inferno verde” della foresta tropicale. Terminata la pena pochi diventavano coloni, a danno della formazione di una borghesia locale.

    Gli inizi del XX secolo furono segnati dalla corsa all’oro, che tolse braccia all’agricoltura. Il bagno della Caienna fu chiuso dopo la Seconda Guerra mondiale e la Guyana ridiventò un dipartimento francese nel 1946, come la Guadalupa, la Martinica e la Riunione, con l’abolizione del codice dell’indigenato e del lavoro forzato. In seguito alla nascita di un movimento indipendentista nelle Antille e in Guyana, a partire dal 1960 Parigi vi istallò un apparato repressivo militare e giuridico che favoriva il trasferimento di antillani e guianesi verso la metropoli.

    Nel 1964 si decise di costruirvi una base spaziale, a rimpiazzare quella nel Sahara algerino. La Guyana aveva allora 30.000 abitanti, contro i 260.000 di oggi, e pochissime infrastrutture. Si aprì così un grande cantiere per gli industriali francesi. La costruzione del Centro Spaziale Guianese, o CSG, su una superficie di 96.000 ettari, con l’esproprio di 641 famiglie di diversi centri urbani, all’inizio fomentò il nazionalismo, poi lo acquietò grazie alle ricadute economiche.

    Una fedeltà al nazionalismo si manterrà nel sindacato UTG, che si separerà dalla CGT della metropoli nel 1967.

    Fra il 1973 e il 1975, in un contesto di crisi economica mondiale, la proposta di trasferire in Guyana la Legione Straniera e l’arrivo di agricoltori europei e di hmong (originari della Cina, del Laos e del Vietnam, in fuga dalla guerra degli anni ’70, che diventeranno tenaci agricoltori in villaggi isolati nella foresta) aumentò il seguito popolare alle idee nazionaliste sostenute dall’UTG.

    Gli indipendentisti mantennero legami stretti con gli autonomisti antillesi. Nel 1974 fu messa la museruola alla stampa e furono arrestati numerosi indipendentisti fra cui i sindacalisti dell’UTG. Saranno liberati nel gennaio del 1975 sotto la pressione di manifestazioni di piazza, ma il movimento nazionalista aveva perduto ormai il suo fascino.

    Ci vorranno una cinquantina d’anni, di lotte operaie e popolari e di reiterate rivendicazioni di eguaglianza, perché la Guyana, similmente agli altri dipartimenti d’oltremare, arrivi a beneficiare, in linea di massima, dello stesso trattamento sociale della popolazione metropolitana.

    La Guyana, “la terra delle acque abbondanti” in una lingua amerinda, si estende per 83.534 kmq di cui il 98% foresta tropicale umida. Si divide nelle terre basse lungo le coste e nel Massiccio della Guyana, che si estende anche in Brasile e nel Suriname. L’agricoltura occupa soltanto il 4% della superficie del paese. Conta 260.000 abitanti, con una densità di 3 per kmq, ma con un tasso di natalità elevato con 3,5 figli per ogni donna, contro 1,98 nella metropoli. I minori di 20 anni sono il 43% della popolazione, contro il 24% della metropoli. L’origine degli abitanti è molto eterogenea: 40% creoli, 12% francesi metropolitani e il resto amerindi (2%), asiatici, libanesi, brasiliani, surinamesi, haitiani, ecc.

    La Guyana possiede una specificità unica rispetto agli altri territori francesi: la terra appartiene quasi interamente al demanio statale. Le parcelle forestali demaniali vengono cedute in enfiteusi per 30 anni, o attribuite dallo Stato per una superficie di 5 ettari a un agricoltore che ne fa richiesta; il successivo trasferimento di proprietà è condizionato all’effettivo utilizzo agricolo del terreno. Ma la superficie coltivata è rimasta stabile: gli agricoltori sono scoraggiati, malgrado gli aiuti, dai costosi lavori preliminari di deforestazione e di sistemazione e dal ritardo nella produzione di profitti, che può superare i cinque anni.

    Ma la Guyana è oggi soprattutto il paese del Centro Spaziale Francese ed Europeo, uno delle principali imprese mondiali per la messa in orbita di satelliti commerciali. La località fu scelta, negli anni ’60, in considerazione della posizione geografica prossima all’equatore, che permette di profittare al massimo della velocità di rotazione della terra: circa il 15% in più rispetto a Capo Kennedy in Florida. Dal centro spaziale di Kourou partono vettori pesanti come Arianna, ma dal 2011 sono impiegati anche i missili leggeri italiani Vega. La sicurezza del centro spaziale è assicurata da reggimenti dell’esercito, della gendarmeria e della Legione Straniera. In genere si effettuano uno o due lanci al mese. Il centro spaziale è la principale attività economica della Guyana: nel 2015 vi lavoravano 1.700 dipendenti, con l’indotto 9.000, il 15% degli occupati in Guyana.

    Tuttavia la Guyana, all’eccezione di Mayotte, resta la regione francese più povera. L’economia si regge grazie al sostegno pubblico. Un occupato su tre lavora nel pubblico impiego, il 31% della popolazione attiva, contro il 18,7% nella metropoli. La remunerazione dei pubblici dipendenti è del 40% più elevata che nella metropoli.

    Le importazioni sono otto volte maggiori delle esportazioni, basate sulla pesca e soprattutto sull’attività spaziale. Ciò produce un deficit commerciale colossale: 1,2 miliardi di euro di importazioni contro 138 milioni di esportazioni nel 2015. I finanziamenti pubblici rappresentano il 90% del PIL, spesi in investimenti, spese assistenziali, salari dei dipendenti pubblici.

    La popolazione guianese vive in condizioni di precarietà, anche per l’accesso all’acqua potabile e all’elettricità, senza parlare della disoccupazione. Il tasso di disoccupazione è del 20,7%, contro il 10% della metropoli. In un dipartimento in cui la metà degli abitanti hanno meno di 25 anni, la quota di chi vive col Reddito di Solidarietà è del 16%, mentre è del 13% a Seine-Saint-Denis, una delle periferie più povere della metropoli

    Tuttavia la Guyana è molto più ricca rispetto ai paesi che la circondano, esercitando un forte attrattiva migratoria, soprattutto fra gli haitiani, i brasiliani e i surinamesi, accrescendo i problemi socioeconomici della regione.

    La legge del 1905 sulla separazione della Chiesa dallo Stato non si applica ancora alla Guyana che resta sotto il regime dell’ordinanza reale di Carlo X del 27 agosto 1828: il clero cattolico, ed esso solo, è pagato dal Consiglio Generale!

    Nel 2014 il PIL della Guyana è aumentato del 4%, ma con una popolazione che è cresciuta del 2,1%.

    Oltre al settore spaziale la seconda attività è la pesca, industriale e artigianale, praticata nella vasta piattaforma continentale ricca di molte varietà di pesce: Caienna è il quarto porto della Francia per la pesca. Il legname è uno dei prodotti della Guyana, trattato da grandi società. Anche la produzione d’oro è considerevole. Ma tutte queste attività hanno scarso impatto sull’occupazione e le ricadute sulla popolazione autoctona sono minime.

    Il “patto per l’avvenire” fra la Francia e la Guyana, che nel 2013 prevedeva stanziamenti per due miliardi, non è mai stato attuato del tutto. Ciò ha alimentato il risentimento della popolazione. Nel dicembre del 2015 una modifica istituzionale ha fatto di questo dipartimento, così come della Martinica, una Collettività Territoriale, dotata di una Assemblea unica, con la soppressione dei Consigli Regionale e Generale.

    Il malcontento della popolazione intanto montava. La Guyana non è alla prima manifestazione di rivolta. Nel 1996 un movimento di studenti rivendicava un rettorato indipendente da quello della Martinica: scoppiarono dei tumulti ai quali seguì la repressione con l’arresto di militanti sindacali dell’UGT. Successivamente, nel 2008, si ebbe una nuova fiammata, che però ebbe scarsa eco nei media.

    Nel 2008, dopo l’annuncio di un nuovo rincaro dei carburanti, si ebbe uno sciopero dei trasportatori. Nell’ottobre nacque un “Collettivo consumatori arrabbiati”, sostenuto del padronato e dai parlamentari locali, che aprì una trattativa con i poteri pubblici. L’inconcludenza di questa riaccese la miccia e il paese si bloccò per un mese. Trasportatori, pescatori, agricoltori, tassisti, personale ospedaliero, sindacati operai, associazioni di ogni tipo, consumatori, genitori di studenti, associazioni religiose e culturali, amministrazioni comunali sindaci compresi, giovani, di cui più della metà disoccupati, tutti protestavano contro il prezzo dei carburanti (il doppio di quelli della metropoli) e dei prodotti alimentari. Ma era un’imprenditrice, Joelle Prévost Madère, che era anche la presidente della Confederazione delle piccole e medie imprese, a prendere la testa del movimento. Di fronte alla determinazione dei guianesi, il prefetto cedette sul prezzo dei carburanti. L’amministrazione Sarkozy stabilì un aiuto alle famiglie bisognose e altri aiuti furono sbloccati.

    Ma nel 2010 si tenne un referendum sull’autonomia della Guyana e della Martinica, e il NO vinse largamente con il 78,9% in Martinica e il 69,8% in Guyana.

    Quelle concessioni non saranno mai attuate, generando l’attuale sfiducia rispetto ai poteri centrale e locale.

    Il movimento del 2008 beneficiò del sostegno delle Antille, Guadalupa e Martinica, le quali sono per molti aspetti nelle stesse condizioni della Guyana. Anche lì si ebbero manifestazioni contro il carovita, condotte nella Guadalupa da un “Collettivo contro uno esorbitante sfruttamento” che raggruppava una cinquantina di organizzazioni sindacali, associative, politiche e culturali. Lo sciopero generale in Guadalupa incominciò il 20 gennaio del 2009 e in Martinica il 5 febbraio, paralizzando entrambe le isole per un mese e mezzo in tutti i settori privati e pubblici. Nel marzo del 2009 il governo, in un accordo definito “storico”, accrebbe i salari, con un aumento di 200 euro di quelli più bassi.

    Ma la situazione sociale nel 2016 non è affatto migliorata e anche oggi lo Stato teme che il movimento si estenda alle Antille.

    Il movimento di quest’anno

    La Guyana ha conosciuto una fiammata di proteste contro l’immigrazione dai paesi limitrofi nel 2016. Ma il movimento attuale è innescato dall’ultima rettifica alla legge finanziaria che viene a privare la regione del finanziamento di milioni di euro. «Ci riprendete con una mano ciò che ci date con l’altra», hanno protestano i deputati locali a Parigi.

    Il 21 marzo del 2017 lo sciopero dei lavoratori della società Endel Énergie, che opera nel campo della manutenzione nel settore gas, elettricità e nucleare, ha avuto come conseguenza il rinvio del lancio di un missile Arianne. Nello stesso tempo il lavoratori dell’EDF sono entrati in sciopero lamentando che la rete, obsoleta, costringe a continui interventi di riparazione: rivendicano nuove assunzioni per coprire dei vuoti in organico e investimenti in un territorio in cui i blackout sono frequenti e a migliaia di abitanti non arriva l’elettricità. Viene poi il turno dei trasportatori, dei portuali, degli impiegati della Collettività Territoriale, della prefettura e dell’aeroporto, degli agricoltori, che lamentano di non ricevere gli aiuti ai quali hanno diritto, e i padroni delle piccole e medie imprese.

    Una parte del malcontento dei trasportatori e dei piccoli padroni è dovuta al fatto che temono di venire esclusi dagli appalti per il cantiere della futura Ariane-6. Sembra che la grossa società Eiffage, il terzo gruppo francese nel settore delle costruzioni, si sia appropriata dell’intero affare: così il porto è stato bloccato dai trasportatori per impedire lo sbarco dei camion provenienti dalla metropoli.

    Agli scioperanti si sono uniti parecchi “Collettivi cittadini” che protestano contro la degradazione della situazione economica e sociale, ma anche contro la mancanza di sicurezza. Un aspetto questo che fa della Guyana il territorio più pericoloso di Francia: vi si conta in media un omicidio alla settimana.

    La mobilitazione popolare si organizza attorno a una moltitudine di Collettivi che si sono costituiti da un capo all’altro del paese: di commercianti, di agricoltori, di trasportatori, di avvocati, contro l’insicurezza, per denunciare le insufficienze e il ritardo strutturale del settore sanitario, che reclamano un commissariato a Kourou, e altri ancora su base professionale, per città, villaggio o quartiere, degli studenti. Molti di questi Collettivi sono dei piccoli imprenditori locali, accanto a quelli dei poveri e della popolazione dei quartieri popolari; o pure degli amerindi, doppiamente lasciati ai margini. Anche i sindaci hanno formato un collettivo e hanno sfilato con la fascia tricolore e la bandiera guianese in testa, a lusingare il sentimento regionalista generale, come è nella temperie del momento.

    Le organizzazioni padronali bloccano di tanto in tanto gli edifici amministrati e il porto commerciale al fine di rivendicare un piano massiccio di investimenti e il pagamento immediato delle sovvenzioni agricole europee, attese da due anni. La MEDEF guianese, l’organizzazione sindacale del padronato, li appoggia. Il movimento ricorda quello dei “berretti frigi” bretoni del 2013 in cui i piccoli imprenditori, appoggiati dai loro operai, avevano guidato la lotta contro le tasse.

    Si deve notare che i parlamentari della regione questa volta sono stati tenuti da parte, certamente a causa della sfiducia nei confronti delle promesse mai mantenute dalla Repubblica, fra le quali quella del partito socialista, che aveva promesso un radioso avvenire con la “legge per l’uguaglianza con la metropoli per le popolazioni d’oltremare”, e per il quale i guianesi aveva votato in massa.

    In quanto ai “500 Fratelli contro la delinquenza”, questo collettivo di un centinaio di uomini in nero col capo incappucciato che si vedono un po’ ovunque e durante le manifestazioni, essi sono stati creati nell’ottobre del 2016 per reagire alla mancanza di sicurezza, ai furti, agli assassinii. Negano di essere una milizia, anche se ne hanno tutte le caratteristiche e sono diretti da un poliziotto in aspettativa. All’inizio avevano preso di mira gli immigrati, oggi, con il coinvolgimento della popolazione immigrata nel movimento e nei picchetti, surinamesi, brasiliani e haitiani, i “500 Fratelli” hanno rinunciato alle rivendicazioni contro gli immigrati e ci sarebbero anche immigrati nei loro ranghi. Hanno anche intimato ai commercianti di chiudere i negozi in atto di solidarietà. Sono vicini alla polizia e godono della benevolenza della prefettura.

    Ma i primi picchetti sono stati costituiti grazie all’iniziativa dei lavoratori in sciopero sostenuti dal principale sindacato del paese, l’Unione dei Lavoratori Guianesi (UTG). Vi facevano parte anche i lavoratori del centro medico-chirurgico di Kourou, minacciato di chiusura.

    L’UGT è nata nel 1935 come affiliata della CGT. Nel 1967, successivamente all’ondata di tumulti e di manifestazioni operaie a Caienna represse dallo Stato nel 1964, essa si proclamò indipendente dalla centrale francese. Ma la CGT prevede che i suoi iscritti trasferiti in Guyana aderiscano all’UGT, e l’UGT che i suoi, residenti nella metropoli, passino alla CGT. La parola d’ordine dell’indipendenza nazionale era presente nello statuto del sindacato fino al 1981 (anno dell’arrivo del partito socialista al governo!).

    I 37 sindacati riuniti nella UGT hanno votato alla quasi unanimità lo sciopero generale a partire da lunedì 27 marzo 2017, «per proteggere i lavoratori», ha precisato l’UGT. La CGT della metropoli, FSU e Solidaires hanno sostenuto il movimento di «sciopero illimitato» in Guyana, denunciando l’assenza di «autentiche politiche pubbliche» e hanno reclamato che il governo apra «veri negoziati» con gli scioperanti. La CGT della metropoli apporta «il proprio totale sostegno ai salariati guianesi» e fa appello al governo affinché risponda alla richiesta degli scioperanti e apra una vera trattativa.

    Le manifestazioni e i blocchi hanno costretto a rimandare un lancio del razzo Ariane e a partire dal 4 aprile per diversi giorni le manifestazioni hanno occupato il Centro Spaziale di Kourou. Mentre i parlamentari guianesi sono stati a lungo assenti dalla mobilitazione, alcuni di loro hanno preso parte all’occupazione del Centro Spaziale. Il rettorato ha deciso la chiusura delle scuole a tempo indeterminato. La popolazione ha messo in atto blocchi stradali, principalmente nelle rotatorie, nelle città e nei villaggi. Martedì 28 marzo, questi blocchi sono stati parzialmente tolti per permettere lo svolgimento di grandi manifestazioni a Caienna e a Saint-Laurent-du-Maroni, manifestazioni particolarmente partecipate: con 15.000 manifestanti sono state le più grandi della storia della Guyana.

    Sabato 1 aprile il Collettivo Pou Lagwiyann Dekolé (“Per la Guyana che decolla”), creato a fine marzo e che raggruppa l’insieme dei movimenti di protesta – dai collettivi contro la delinquenza e per il miglioramento dell’assistenza sanitaria, l’UGT, i trasportatori, le categorie professionali, gli agricoltori, gli insegnanti, gli avvocati, ecc, – prende la testa delle trattative con i due ministri venuti da Parigi, quelli dell’Oltremare e dell’Interno. Le rivendicazioni presentate sono ben 428, degli innumeri collettivi, dei sindacati operai e dei piccoli imprenditori, di tutte le professioni e attività e anche dei deputati locali, in breve di tutto il “popolo” guianese, di tutte le classi confuse fra loro. Il Collettivo Pou Lagwiyann Dekolé ha chiesto uno statuto particolare per la Guyana, un’autonomia di gestione che faccia capo alla Collettività Territoriale.

    Dopo solo un’ora di discussione i rappresentanti del Collettivo hanno risposto con un netto rifiuto al piano d’emergenza presentato dai due ministri e avallato da Matignon, cioè da un governo in sospeso a causa delle prossime elezioni presidenziali. Delle 428 rivendicazioni del Collettivo soltanto 30 sarebbero state accolte: quelle riguardanti la sanità, la sicurezza, l’educazione, la giustizia, la popolazione amerinda, l’agricoltura, le imprese edili, l’ambiente. Il governo ha annunciato investimenti per un miliardo, mentre il collettivo ne reclamava tre. Si mantiene dunque la mobilitazione.

    Ma il fronte dei collettivi incomincia essere attraversato da fratture interne. Il presidente della Confederazione industriali, sebbene membro del Collettivo Pou Lagwiyann Dekolé, il 6 aprile ha chiesto che vengano tolti i blocchi, prendendo atto dei “passi avanti significativi” ottenuti col governo e vorrebbe che nelle imprese il lavoro riprendesse.

    Il ricordo alla repressione contro i lavoratori è evidentemente già all’ordine del giorno. Le rivendicazioni dei lavoratori guianesi vengono dunque affossate da quelle dei collettivi “cittadini” e dei piccoli imprenditori, sommersi dal corso ineluttabile del sistema capitalistico.

    Noi marxisti sappiamo bene che la lotta dei piccoli imprenditori è senza speranza perché la marcia della concentrazione del capitale verso il monopolio è inesorabile. I lavoratori guianesi si debbono quindi preparare una loro autonomia organizzativa e di movimento necessaria per ritrovare il cammino della lotta di classe, ben distinta da quella dei loro datori di lavoro e nella solidarietà internazionale della classe.

    PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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