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Santi subito

Obama, Foa, camorra: santi subito!

(24 Ottobre 2008)

Obama

I peggiori sono quelli del Ponte per… Si atteggiavano a Ponte per Belgrado, Ponte per Beirut, Ponte per Baghdad e sono finiti a fare il Ponte per…Washington. Trattasi di un’agenzia di viaggi, con contorno di medicinali in dono, andata a ramengo a causa dell’occupazione dell’Iraq. Scomparsa dalla scena dopo l’exploit delle “due Simone” rapite, liberate e passate di mano in mano dal Capo dello Stato al più osceno degli show in tv, torna ad arrampicarsi sulla ribalta in veste di cripto-collaborazionista e di sabotatrice della Resistenza irachena. La vicenda di questa ONG (viene la nausea solo a scrivere l’acronimo) risale a qualche lustro fa, quando esercitava il mestiere di tour operator, riconosciuto come associazione umanitaria, per curiosi di cosa diavolo fossero questo Iraq e questo Saddam, satanizzati da mezzo mondo, e per interessati al più vasto e antico patrimonio archeologico del mondo. Tre o quattro volte ci ho viaggiato assieme: la Baghdad di Harun El Rashid e della straordinaria modernizzazione post-rivoluzione del 1968, le esuberanti arti e lettere della contemporaneità, la Babilonia degli assirobabilonesi, la Najaf delle moschee dei califfi, la Niniveh dei sumeri, la Kirkuk del petrolio, la Basra dei palmizi e dell’immenso Shatt el Arab, pervicacemente minacciato dagli espansionisti ayatollah persiani… Il tutto coronato da un lussuoso ricevimento in cima alla Torre di Saddam, offerto dai grati partner del “regime”, allora rispettato per poi, opportunamente, essere diabolizzato in sintonia con le centrali euro-sioniste-statunitensi della propaganda di guerra e genocidio. Qualcuno, nei gruppi di viaggiatori e nel Ponte subodorò traffici e impicci crestaioli, lanciò brucianti denunce e mollò l’impresa.

La riabilitazione venne con il “martirio” di Simona Torretta e di una Simona Pari che, si diceva, aveva servito in Kosovo l’italiota Ministero dell’Offesa. Chi non ricorda l’umiliante farsa della “liberazione”? Le due ragazze che, telecamere miracolosamente sul posto, spuntano al tramonto dal deserto, si levano il cappuccio dei sospetti sequestratori, come sempre funzionali alla demonizzazione dei partigiani iracheni, per essere abbracciati dal capo della militarizzata Croce Rossa Italiana, il forzitaliota Maurizio Scelli. La sceneggiata, insieme al clamoroso ingresso nell’armata tossica degli scopritori del “sanguinario dittatore”, fruttò all’ONG fiumi di compassionevoli offerte. Poi, di nuovo, l’immersione nel silenzio e nell’oblio. Il Ponte aveva mollato l’Iraq nel momento del massimo bisogno.

Baghdad, 19 ottobre. Un milione contro gli Usa e i fantocci.

Bagdad

Ora la riemersione con la trovata, cara agli occupanti e odiosa a un’eroica e irriducibile, sebbene sepolta nell’occultamento, Resistenza, di una tournee nell’Italia dei creduloni e utili idioti di “un gruppo di organizzazioni e individui iracheni, appartenenti a tutti i gruppi etnici e religiosi, con diverse provenienze ideologiche e politiche, che si sono uniti per promuovere la nonviolenza come lo strumento di lotta più efficace verso un Iraq indipendente, democratico e pacifico. E “ogni iracheno che sceglie la nonviolenza è benvenuto a unirsi alla Settimana Irachena della Nonviolenza”. Bertinotti, taumaturgo della nonviolenza pro-imperialismo e pro-presidenza della Camera, ne è ovviamente l’ispiratore e complice. Ci si augura che, come l’infausto Veltrinotti, anche questa Ong con lasciapassare dei serial-killer occupanti e dei loro sicari un po’ autoctoni, un po’ iraniani, finisca inghiottita dall’oblio che seppellisce vermi e detriti. Quanto al popolo cui hanno ammazzato tre milioni di persone tra embargo e occupazione, espulso nel nulla altri quattro milioni e mezzo, devastato l’ambiente, frantumato e degradato la società, disperso il patrimonio culturale, distrutto l’ambiente, rubato il petrolio, ebbene la nonviolenza insieme, forse, al ritiro degli occupanti, porterà “l’indipendenza” e la “democrazia” dei padrini Usa e iraniani, dei cleptocrati del governo fantoccio, dei trapanatori di crani del “persiano” Moqtada al Sadr. Ne segue che il problema principale è l’eliminazione dei “terroristi” della Resistenza che, per quanto ribattezzati con il nome dell’agenzia Cia “Al Qaida”, si ostinano a rendere insostenibile l’occupazione e rinviata all’infinito la “Mission accomplished” (missione compiuta) del pilota di F-16 George Dabeliu Bush.

Vabbè, perfino il Ponte per… vorrà prendere le distanze da un Bush del quale parlar male è oggi come sparare sulla Croce Rossa. C’è Obama, no? Al quale la missione dei nonviolenti iracheni pontizzati toglie il cruccio che, ritirando un po’ di tagliagole Usa dall’Iraq, poi tutti gli iracheni insorgano in armi e spazzino via il regime dei pali della rapina e del nazionicidio. Se il manifestaiolo Marco D’Eramo, nelle sue estenuanti e superficiali cronache su quell’esercizio del nulla incartato nella demagogia che sono le campagne presidenziali Usa, qualche leggera ombra aveva gettato sul nitore del cavaliere bianco Obama, vi aveva posto riparo “il manifesto” dell’antevigilia delle elezioni, con ben tre grandi spazi in un unico numero. Si parte col paginone addirittura sportivo e con “Obama, mancino puro”, nel quale quattro colonne dense di stupefatta ammirazione soddisfano l’irresistibile ansia del pubblico di tutto sapere sui prodigi del pallacanestrista Barack, dai cesti immancabilmente centrati, dall’asilo nelle Hawaii al primato nella specialità a Harvard, fino al toccante racconto di oggi e con le sue fughe nell’ora di pranzo, a infilare cesti con il fedele compagno Reggie Love e mantenersi nella splendida forma che sempre esibisce “il profeta del Yes, we can”. Non si lascia sfuggire l’occasione di potenziare il coro la redazione “cultura e visioni” che ci impressiona con il musicista di grido John Legend mentre proclama “Il mio soul benedetto da Obama”. Pare la mammina in camicia nera col pargoletto appena baciato dal Duce. Avendo “il manifesto” riconosciuto al canterino un lavoro “permeato di impegno sociale”, tale impegno non può non trovare esaltazione nel rivoluzionario Obama: “Sicuramente il mio impegno è ispirato da Obama, è ovvio che voterò per lui, è un leader speciale”. S. Cr., che sigla il pezzo, non ha nulla da aggiungere. Che c’entra, mica si occupa di politica.

Il pezzo forte, l’incoronazione, sono affidati a una penna di rango del “quotidiano comunista”. In una specie di delirio amoroso e di parata trionfale, Ida Dominijanni, disvestiti i panni femministi della fan di Hillary, canta con impeto boccelliano: “Yes, we can. Cambiare si può, anzi si deve, è il messaggio che suona da tutte le parti negli Stati Uniti, rimbalzando ormai da Obama e i suoi seguaci fin nel campo avverso. E di cosa è autore il guru Obama? Di “un miracolo della politica… di un effetto messianico, lui, “il profeta del cambiamento alla fine del trentennio reaganiano. E’ sicuramente questo profeta che ci toglierà le catene del liberismo e dell’ossessione imperiale del “nuovo ordine mondiale”, ne è convinta Ida, e che “riabiliterà il ruolo della mano pubblica,. giacchè si tratta dell’energia della generazione nata dopo l’89 e mobilitata capillarmente da Obama. E’ il sentimento popolare di un’America perduta e da ritrovare (quella di Truman e della bomba, quella di Kennedy e del Vietnam?), che non si faceva odiare nel mondo (chiedilo ai cileni, ai vietnamiti, ai coreani…), a spingere verso il cambiamento, a strappare la storia alla ripetizione e piegarla a un esito diverso, a dare la misura di un cambiamento annunciato ma già operante”. Con il cuore gettato oltre Atlantico, tra i piedi di Obama, Ida, voltando da lontano lo sguardo alle nostre miserie a-obamiane, si chiede quando mai “la fondata speranza” innervata dal caro Barack potrà essere nutrita in Italia: “Quanti anni di religione berlusconiana ci vorranno dalle nostre parti per decidere che si può e che si deve? Da dove dovrà spuntare un leader politico (come Obama) capace non di invocare il cambiamento ma di praticarlo fidandosi di chi ne è spontaneamente portatore? Siamo alla, tipicamente marxiana, invocazione del taumaturgo. Non potrebbe essere diversamente per un “quotidiano comunista” che ha massimamente in uggia, come il suo ex-fidanzato Bertinotti e l’attuale moroso Vendola, vuoi i “terroristi” iracheni (leggi Sgrena), vuoi quelli taliban (leggi Forti), vuoi le trecentomila bandiere rosse (da ripiegare) dell’11 ottobre, vuoi
l’anticoncertazionismo e la lotta di classe del mezzo milione del 17. Insomma, nel nostro salotto le masse proprio non ci entrano. Viene usata, in questa eulogia, la parola astratta “cambiamento” più volte dell’ “Ora pro nobis” di una novena. Proprio come il frenetico tic di Veltrinotti quando ci fa piovere addosso l’astrazione “innovazione”. Sappiamo cosa ne viene.

E allora vediamolo questo campionissimo del “cambiamento” , rilevando come nessun assalto di umorismo nero sia capace di penetrare la nebbia di Obama-mania che si è posata sulla coscienza della comunità sedicente illuminata. Cominciamo dal tifoso più recente: un nero che si schiera con un nero, wow! Peccato che quello dell’ex-mercenario della “Operazione Phoenix” di sterminio degli indocinesi, ex-generale ammazza-iracheni ed ex-ministro della difesa, Colin Powell, non sia tanto un contributo al profetico cambiamento, quanto la piaggeria di un miserabile cialtrone: il 5 febbraio del 2003, onde lubrificare la strada della morte del complesso militar-industriale di cui era commesso viaggiatore, esibisce al mondo, dagli scranni dell’ONU, le false prove, le ridicole provette, delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam. Era contro la guerra dell’Iraq, Osama? Votò per gli stanziamenti che la resero possibile e ora vuole mantenere nel paese scassato qualcosa come 80mila fucilatori e bombaroli, nonché una dozzina di megabasi.
Il discorso è diverso per Afghanistan e Pakistan: lì Obama vuole più mercenari, più ascari e più bombe. Quanto a Israele, chi più appassionatamente fedele al nazisionismo di lui? Al punto da essere il primo al mondo a sostenere l’ulteriore crimine della Gerusalemme tutta quanta capitale di Israele. Ecchè, c’è forse una lobby palestinese a Washington? In compenso la star del basket è di un cristallino rigore etico quanto all’economia: scopiazzando il nostrano guitto mannaro, ha votato a favore dell’immunità dei dirigenti della Telecom che hanno spiato mezza America e di tutti i manager bancarottieri e ladroni
delle corporation salvate dal baratro autoprodotto. In fatto di sanità, di un sistema sanitario nazionale manco a parlarne. Se ne adonterebbero assai le compagnie di assicurazione che succhiano soldi ai ceti che possono e lasciano tra i germi i 45 milioni che non possono. E finanziano anche generosamente il loro garante nero. Energia? Come potrebbe l’ecologico Barack non sostenere la bufala del “carbone pulito” e delle trivellazioni nel tuo giardino? Nonché della proliferazione delle centrali nucleari, fatte passare sotto i due ossi gettati agli “integralisti dell’ambientalismo”? E, dunque, quanto ha applaudito, Obama, il segretario al Tesoro Paulson quando ha salvato l’economia statunitense, pagando con i soldi di tutti i furti e la idiozie dei grandi banchieri.
Volete le ciliegine sulla torta di melma? Sostegno all’embargo contro Cuba e, coerentemente, alla pena di morte; creazione di una “Forza di Sicurezza Nazionale” che, alimentando la psicosi fascistogenica della paura, recluti ragazzi delle Medie e Superiori a mo’ di ronde padane; scelta di un autentico reazionario e guerrafondaio come Joe Biden a suo vice; ripristino della Leva obbligatoria per altri e nuovi episodi di “guerra infinita”; condivisione della necessità dello “scudo spaziale” per poter ammazzare dallo spazio; perché, e questa è decisiva, avalla a spada tratta l’inganno epocale, chiave di volta della fascistizzazione mondiale nella crisi finale del capitalismo, degli attentati dell’11 settembre 2001 e quindi della “guerra al terrorismo islamico”. Alla pazienza del lettore risparmio altre venti pagine su cosa si nasconde tra le pieghe di questo “volto umano” della cosca capitalista planetaria. Almeno McCain non ci fotte con altrettanta perizia e altrettanti sicofanti.

Natzinger va nel napoletano, ringhia su famiglia, vita, morte, sesso, ma si mangerebbe la lingua come un wuerstel piuttosto che pronunciare la parola “camorra”. Elemento secondario, trascurabile, specie se nell’agenda tu, papa, hai ancora tutti i numeri di Monsignor Marcinkus con il suo seguito di piduisti, mafiosi, banda della Magliana. E già, oggi compartecipano con te il governo di questa penisola. E non solo. Da sottoterra ti ringraziano i brandelli degli africani massacrati dai casalesi, i rom bruciacchiati dei campi messi alle fiamme per far spazio alle speculazioni edilizie camorriste, tutta una regione, un paese, che dalle mafie viene depredato di una ricchezza 3 volte il suo PIL. Ti saluta anche Roberto Saviano. Noi, che ricordiamo l’ancor più celebrato emissario polacco, non ci stupiamo: non aveva, quello, santificato, oltre ai pataccari Teresa di Calcutta e Padre Pio, anche il vescovo croato Stepinac, diretto e indiretto esecutore e benedicente delle stragi del tiranno hitleriano Ante Pavelic?

Chiudiamo col “manifesto” e con il vendolismo diffuso (a proposito, lo sapevate che questa gambetta sinistra della poltrona di Veltroni-D’Alema, da governatore della Puglia ha privatizzato l’acquedotto che abbevera tutto il Sud, e che sostiene i cinque inceneritori che i soliti incendiari industrial-camorristici vogliono incastrare nel territorio? E che, da omosessuale inviso alla, pur affine in peggio, Chiesa, ha intitolato l’aeroporto di Bari a Karol Woityla?). La dipartita dell’ultranovantenne ex-sindacalista Cgil Vittorio Foa è stata pianta e il suo protagonista venerato come “Padre nobile” da un’ecumene che sta a quella cattolica come un campo di calcio a una pista di bocce. All’apologia non si è sottratto nessuno, da capi di Stato a capi di cosca. Napolitano, Fini, Schifani, Bertisconi, Sionetti, Polo... Occhio, quando tutti sono d’accordo: l’accordo fa comodo alla destra. Silenzio consapevole da parte dei sindacati di base e di classe, quelli del mezzo milione del 17 ottobre. E pour cause. Io ho avuto a che fare non con lui, ma con la prima moglie, Lisa Foa. Al quotidiano “Lotta Continua”, di cui ero direttore responsabile, si occupava di esteri. Non ricordo persona più arcigna, spocchiosa, gelida. Vabbè che le colpe di un coniuge non cadono sull’altro. Ma si parla di un bel pezzo, col marito, della lobby ebraica: alla cui competenza internazionale e coscienza politica sfuggiva del tutto l’abolizione del popolo palestinese. Come succede con gli attuali Furio Colombo del PD o Lerner dell’”Infedele”, che si inalberano un giorno sì e l’altro pure alla vista del razzismo anti-rom e anti-migranti, acceso in Italia da questo regime come da quello di prima, a loro caro, mentre l’apartheid sanguinaria di Israele non è altro che “legittima difesa”. Una difesa che massacra contadini autoctoni e i loro ulivi, impone l’astensione dal cibo e dalla salute a un milione e mezzo di abitanti di Gaza, complotta per spaccare un popolo in due, tra quisling corrotti, con pretoriani addestrati dagli Usa, e cittadini resistenti, che pratica un’illimitata e incessante licenza di uccidere, che tiene e tortura in carcere, contro ogni diritto, 11mila adulti e minorenni, criminali perché patrioti, o semplice intralcio al posto di blocco. Che chiude dietro a un muro di auschwitziana memoria tre milioni di titolari di quella terra.

A me di Foa non risulta, dal Partito d’Azione a quello socialista e al sindacato, un colossale contributo al movimento reale che cambia lo stato di cose presente. Ha lasciato la Cgil al momento della sua momentanea radicalità, 1970, ha civettato con questo o quell’altro gruppo della galassia extraparlamentare. Non risultano incisi nelle tavole di bronzo i suoi interventi in parlamento. Ha la gravissima tara di essere reclamato da Bertinotti come suo “maestro” e di essere adorato dalla sinistra radical-chic di un borghesia appassionatasi alle sue “riforme”, al suo confortevole “gradualismo”. Le parole più spesso pronunciate non erano neppure “cambiamento” o “innovazione”, ma, appunto, “riformismo” e “gradualismo”. Riformismo militante, alternativo all’egemonia comunista. Quanto a Marx, beh, era un “determinista”. Come quell’estremista di Chavez che sentenzia : “O noi la facciamo finita con l’imperialismo, o l’imperialismo la farà finita con questo pianeta”. Determinista di un marxista venezuelano!

Facciamoli tutti santi e che riposino in pace.

Meir Dagan

P.S. C’è una bella notizia. Il capo di una banda di delinquenti, tra i più sperimentati terroristi del mondo, pianificatori ed esecutori di pulizie etniche e genocidi, gente che spia ogni tua parola e ogni tuo sguardo, guardia imperiale di tutti i peggiori arnesi del totalitarismo del mondo, sarebbe stato ucciso in un attentato ad Amman. Lo dicono fonti israeliane. Già solo il fatto che abbia potuto essere il bersaglio di un’operazione armata significa il più grande fallimento mai sofferto dalla banda e, insieme, la più grande vittoria delle sue vittime. Si chiama(va) Meir Dagan. Era il capo del Mossad.

PP.SS.
Settimane fa, il prete Moqtada al Sadr, noto per aver offerto ai suoi padrini di Tehran le teste trapanate di qualche decina di migliaia di iracheni, ha convocato da Qom una manifestazione contro l’accordo tra gli Usa e i quisling di Baghdad circa la permanenza degli occupanti. Hanno sfilato in 10mila gridando con sincerità “Yankee go home”. Il tagliagole per conto dell’Iran doveva raccogliere un po’ della collera contro gli Usa che anima ogni singolo cittadino dell’Iraq. Sia per ridarsi un minimo di credibilità, sia per agevolare i propri sponsor persiani nella collisione-collusione con i complici statunitensi.
50mila dicono le agenzie. Un milione, dicono le agenzie, hanno marciato il 19 ottobre a Baghdad contro ascari aguzzini e occupanti carnefici. E qui non c’erano solo le milizie scite strumentalizzate da Moqtada. C’erano tutti: iracheni sunniti, sciti e cristiani, arabi di altri paesi, curdi, assiri, uomini e anche donne e senza velo, quelle bandite quando non decapitate da Moqtada (ci pensi, Sgrena?). Questa, sì, che era una manifestazione seria di resistenza, fianco a fianco – e non in alternativa, come vorrebbero i bravi nonviolenti - dei partigiani che in questi ultimi mesi hanno ripreso un’offensiva tanto efficace, quanto occultata dai pudori dei comandi e dei media, tutti embedded. E così, se dio vuole, vanno le cose anche in Afghanistan, dove un’insurrezione ormai non di soli Taliban, ma di tutto un popolo, viene descritta da un’altra dama della guerra al velo, Marina Forti, chiamando la Resistenza, in 150 parole, dieci volte “ribelli”. Proprio come Bush e il comandante in capo, generale Petraeus.

Fulvio Grimaldi

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