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IL PROLETARIATO NON HA NAZIONE, MA HA ANCORA TROPPE PIAZZE!

un documento di Vis-à-Vis

(21 Ottobre 2002)

per un errore questo articolo pervenuto una settimana fa e riguardante lo sciopero generale del 18 ottobre, viene pubblicato solo oggi, ce ne scusiamo con i compagni della redazione di Vis-à-Vis e con i nostri (pochi) lettori

Il vento di Seattle sta riprendendo a soffiare e questa volta parrebbe proprio che stia cominciando ad investire anche quei luoghi ove la contraddizione capitale/lavoro, la contraddizione di classe, malgrado tutto, continua ad evidenziarsi con la più palmare evidenza: le fabbriche.

Tornano a soffiare venti di tempesta in questi "luoghi" ferocemente ristrutturati, nel corso del passato ventennio, e oggettivamente "depotenziati" rispetto alle nuove filiere produttive reticolarmente espanse su una scala territoriale potenzialmente infinita.

Tornano a rendersi visibili e animati di istanze scopertamente conflittuali questi luoghi a lungo rimossi dall'immaginario collettivo, sotto la marea incalzante di un nuovo "senso comune" plasmato con spropositata forza mediatica in funzione di un "lavoro operaio" ormai relegabile nell'ambito di una patetica connotazione di "residuale straordinarietà", rispetto alla melassa indistinta e tutta ideologica (in senso marxiano) di "nuovi lavori" presuntivamente innovativi ed "autovalorizzanti".

E paradossalmente, proprio gli operai, questi dimenticati ispiratori di lontane mitopoiesi, in soli pochi giorni di mobilitazione, hanno ribaltato totalmente lo scenario che il milione di "giroTonTisti" aveva ridelineato, sottraendo la scena ai milioni del 23 marzo e del 16 Aprile.

Proprio questi operai, inaspettati fantasmi di antiche "ordalie" ormai scaramanticamente relegate nei manuali di oscuri studiosi di antropologia (più che di storia!), hanno oggi definitivamente invalidato il tentativo girotontistico di "rilanciare" l'Ulivo in una prospettiva esclusivamente "antiberlusconiana" e in buona sostanza inscritta in una logica giustizialistica e statolatrica, sia pur mascherata dietro un culto tutto formalistico della "Democrazia" (tentativo/sogno peraltro già pesantemente incrinatosi nell'urto contro le assai difficilmente "spendibili" pulsioni bellicistiche di ampi settori della "sinistra di governo").
Un tentativo, questo, su cui si giocava, per la Cgil, la preziosa chance di smarcarsi dalla pressione della "sua base" sempre più rabbiosamente riattivantesi, ritrovando una qualche sponda di interlocuzione politico-istituzionale cui passare l'assai scomodo "cerino acceso" della resa dei conti con quella ribollente "insorgenza" proletaria che andava (e va!) irresistibilmente crescendo, attraverso tutto il paese.

A San Giovanni, "fra Nanni e ballerine", insieme alle tifoserie "scalfariane" ci stavano di certo anche alcune centinaia di migliaia di proletari, ma ci stavano sulla base di un'autoconsapevolezza ben più opaca, sul piano delle proprie specifiche condizioni materiali (di classe) e dei propri bisogni, rispetto al 23 marzo ed al successivo, sciopero generale del 16 Aprile.

In quella piazza, al di là della pur positiva ritrovata capacità mobilitativa del "corpo sociale" (comunque ancora una volta ascrivibile al "diverso clima" instauratosi sull'onda delle giornate di Napoli e di Genova, dello scorso anno, germinate indubitabilmente nel solco "di Seattle"), di fatto, era tornato ad imporsi il lessico della "politica-politicante".
E quei proletari che vi erano confluiti, non erano lì per una chiara volontà di imporre all'ordine del giorno la propria quotidiana materialità, bensì nell'illusione di poter nuovamente trovare un "leader", una rappresentanza politica cui tornare a delegare i loro interessi di generici "cittadini"; sempre nel nome, cioè, del fantomatico interesse di quell'"azienda-paese" della cui fetida e ormai dispiegata ideologia l'Italia post-'89 e post-Mani Pulite è stata il laboratorio più limpido (prima con il "risanamento" a spese del proletariato condotto dal Super Tortello olivista, ed ora con lo sfrenato vampirismo castale dei boiardi di Arkore).

Ma quel sogno (incubo!) nefasto è stato spazzato via dal ritrovato protagonismo operaio sul terreno ben concreto, tanto essenziale quanto non barattabile, del "diritto al reddito"; un terreno su cui la stessa ormai incombente scadenza del 18 ottobre, così come quella a più lungo termine della battaglia referendaria, vengono a qualificarsi nei termini di una radicalità immediata, universalmente condivisa e affatto incompatibile rispetto alle compatibilità sistemiche della tanto decantata "azienda-paese"!

Nel nostro comunicato "Bilancio su Genova 2002", ci chiedevamo: «è possibile che i cortei del "movimento" vengano da ora in poi attraversati dalla contraddizione capitale/lavoro, anche in forza dell'autopercezione di sé come sfruttate/i delle donne e degli uomini che vi partecipano? [...] è possibile che si faccia un passo ulteriore e che queste nuove figure sociali si saldino a quelle legate alla composizione di classe precedente, sottoposte ad un attacco così forte da coprire di ridicolo ogni tentativo di scissione tra garantiti e non garantiti?».

Ecco, oggi crediamo che la pratica reale e di massa di questo "vecchio" comparto di classe, sottoposto ad un estremo attacco da parte del "padronato" più rappresentativo del "nostro" capitalismo familistico e "assistenzial-clientelare" (il "Casato Agnelli"!), stia di fatto tentando una prima risposta sul piano operativo ai nostri quesiti.

Una risposta che forse saprà aver ragione anche di quel momentaneo "interramento carsico" che il "movimento di Seattle/Genova" parrebbe aver prescelto, rispetto alle ultime scadenze, la cui connotazione evidentemente non ha saputo offrirgli un adeguato stimolo per quell'adesione di massa che, in occasione di molti precedenti appuntamenti metropolitani, esso aveva invece saputo esprimere (probabilmente, in quelle scadenze non riuscite, l'universalità astratta di tematiche troppo specificamente e ritualisticamente inscritte in ambiti di ordine "etico", quali l'ambientalismo e/o il pacifismo, non ha saputo parlare ad un "movimento" che, sia pur allo stato ancora embrionale, reca con sé il puntuale ed esplicito riferimento alla critica radicale della propria concreta quotidianità - fatta di alienante mercificazione e oppressiva precarizzazione -, che ciascuna delle sue individualità pretende esprimere, appunto, sul piano di una pratica di massa).

Se - come abbiamo più volte asserito - la mediazione del ceto politico è stata sin qui necessaria per la definizione di un "calendario di appuntamenti" da proporre al "movimento", ora, probabilmente, l'irrompere direttamente sulla scena del conflitto capitale/lavoro, incarnato nelle lotte spontanee che si sono scatenate negli stabilimenti della Fiat e che stanno oggettivamente preparando il giusto clima per la giornata di sciopero generale del 18, saprà di per sé far ri/uscire allo scoperto anche il "movimento".
Infatti questo, nelle sue interne fibre, non è altra "cosa" da quell'immenso corpo proletario che sta mobilitandosi contro l'ennesimo attacco portato alle sue condizioni d'esistenza, da parte di un capitale sempre più stretto nella morsa asfissiante delle proprie stesse interne contraddizioni materiali (e quindi, sull'onda di questo ritorno della classe operaia sulla scena politica, forse anche la scadenza del Social Forum Europeo di Firenze potrebbe avere qualche speranza di non essere solo una triste riproposizione del balletto socialdemocratico di "Porto Alegre n.2", chissa?!).

Se la Cgil voleva (e lo voleva!!!) andare al solito "pompieraggio", mettendo la sordina a quello sciopero generale che si è trovata costretta suo malgrado a confermare (non è certo casuale la mancata indizione di una manifestazione nazionale di preparazione/avviamento per lo stesso!), continuando a firmare sottobanco "contratti/svendita" di categoria con le rimpiante consorelle Cisl e Uil e tirando la volata a un Ulivo moribondo, nella speranza di potersi far sostituire da esso nella gestione "della piazza" (firmandogli una delega in bianco per le prossime elezioni politiche, fortunatamente lontane di ben cinque lunghi, rassicuranti anni)... ebbene, ora questo giochetto è saltato di nuovo!

I margini di manovra per Monsieur le Capital ed i suoi reggicoda sono davvero ormai pressocchè inesistenti! Ora si tratta di incalzare Lor Signori, rimettendo all'ordine del giorno la priorità imprescindibile dei bisogni proletari, imponendo nelle lotte, dal basso, l'incompatibilità di essi rispetto alle logiche della precarizzazione assoluta che si vorrebbero definitivamente imporre in nome di quelle "leggi di mercato" che ormai si sono definitivamente disvelate come il vero e solo respondabile di questo presente fatto di miseria e di guerra assassine, per la stragrande maggioranza dell'umanità!

In tale situazione di crescente partecipazione di massa sul fronte del conflitto di classe, l'obiettivo principale è quello di essere sempre e comunque dentro le lotte, dentro i momenti di mobilitazione di massa, per spingere sulla contraddizione fra il corpo sociale proletario e le sue rappresentanze istituzionali, costitutivamente addette al suo recupero nel ciclo dell'astrattizzazione.

La rappresentanza "sociale" del sindacato si evidenzia e si incarna non solo e non tanto dentro il luogo di lavoro (dove spesso una sorta di clientelismo assistenziale riesce magari a "compensare" un'oggettiva latitanza sul piano della difesa attiva e intransigente, contro il sempre più rampante dispotismo aziendale), ma anche nel momento simbolico e pure materialmente ricompositivo delle grosse manifestazioni.
E in tale contesto assume enorme rilevanza politica il "rapporto tra la piazza e il palco": tra queste due polarità si instaura una dialettica serrata che può portare all'ennesima espropriazione della prima, in favore del ripristino passivizzante di una delega in bianco al secondo, ma può anche giungere invece il momento della "presentazione del conto" a quest'ultimo.
Tale dialettica va seguita e fecondata per condizionare/controllare dal basso il "palco" stesso e denunciarne le eventuali contraddizioni interne: o lo si costringe a rispettare la delega della base, in quel "magico" momento diretta e vincolante proprio perchè controllabile, o lo si "stana", costringendolo a palesare la sua estraneità oppositiva rispetto ad essa, finanche magari a forzarlo sino a fargli blindare i propri "bacini di accaparramento tessere", a costringerlo a rispolverare i servizi d'ordine ed a disvelarsi come "nuova polizia", quale fu scopertamente come non mai nel '77!

La sinistra anticapitalista NON deve cadere nel tranello dell'autoreferenzialità, magari celato dietro il privilegiamento consapevolmente minoritaristico di una testimonianza qualificante sul piano "politico strategico", ma deve impegnarsi per moltiplicare i livelli di contaminazione e trasversalizzazione delle sue parole d'ordine, nei confronti del più vasto corpo proletario: qualsiasi tentazione minoritaristica rischia di essere suicida, quando la mobilitazione di massa è in grado, come oggi, di sospingere addirittura l'elefantiaco apparato burocratico sindacale sul terreno di una conflittualità dispiegata, da esso abbandonato/tradito da ben più di vent'anni.

Se, come è vero, la galassia del sindacalismo di base ha saputo «accogliere con grande soddisfazione la rinnovata capacità di lotta di milioni di lavoratori/trici espressasi ripetutamente nell‚ultimo anno attraverso scioperi di azienda, di categoria, generali, blocchi stradali e cortei contro la politica confindustriale e governativa» [Confederazione Cobas], se ha ben saputo comprendere che «è cruciale che tale carica di lotta non si disperda e non venga imbrigliata dal neoconcertativismo, ma trovi il massimo di moltiplicazione, forza e incisività nella giornata dello sciopero generale» [Confederazione Cobas], se ha saputo lucidamente capire che «i lavoratori che si mobilitano sono mossi da esigenze profondamente diverse rispetto a quelle dell‚apparato sindacale e [che] queste esigenze vanno guardate con il massimo rispetto [, per cui] la stessa scelta di scioperare il 18 ottobre coglie questa esigenza e va intesa non solo e non tanto come il riconoscimento di una necessità, quanto come la capacità di cogliere un‚occasione importante per rafforzare una necessaria mobilitazione, contro la politica padronale e governativa» [Cub - Scuola] ...

... se tutto questo è vero e giusto, allora il 18 (e non solo), in ogni città e ovunque se ne avrà la forza, si dovrà tentare di tutto per acquistare piena visibilità nei confronti di quel "popolo cigiellino" che, oggi come oggi, non è più composto di passive "truppe cammellate", ma di milioni di donne e uomini comunque sfiancati da una precarizzazione selvaggia e duramente incazzati sul terreno dei propri bisogni, della propria quotidianità negata.

Donne e uomini che senz'altro non hanno per ora alcuna prospettiva "di progetto", se non quella di mettersi direttamente in gioco, qui ed ora, e lottare non già per un generico futuro, ma per il presente, che li vede incalzati dalla precarietà più feroce.

Donne e uomini che devono poter trovare riferimento attivo in chi, almeno, sa comprendere l'urgente improcrastinabilità di una radicale alterità possibile e necessaria, rispetto a questo esistente vieppiù intollerabile, nei cui confronti tutti/e loro stanno cominciando a entrare in aperto conflitto in prima persona, dal basso, e non già perché sospinti dal "loro" sindacato (che, semmai, li vorrebbe passivamente manovrabili per i propri giochetti concertativi).

Un proletariato infinitamente variegato al suo interno, ma comunque sempre più unito in un comune inevitabile e crescente senso di rifiuto rispetto allo stato di cose presente, al quale non servono molte piazze diverse fra cui scegliere, ma un solo, immenso alveo mobilitativo in cui convergere per ricomporsi come soggetto autonomo, in forza delle parole d'ordine che entro di esso sapranno essere veicolate da chi, della propria alterità conflittuale ed anticoncertativa, ha fatto il caposaldo di un'opzione autenticamente anticapitalistica, incentrata sulla futura autodeterminazione del nuovo soggetto collettivo rivoluzionario: il proletariato universale.

15 Ottobre 2002

La Redazione di
Vis-à-Vis Quaderni per l'autonomia di classe
http://web.tiscalinet.it/visavis

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